Lettera alla madre
apparso su "La mia Città" di Pescara - 2004

di Claudia Toscano

Come fare a dichiarare ai genitori la propria omosessualità? Per esempio, con una lettera come questa, che una madre della nostra associazione AGEDO ha ricevuto da suo figlio. E' lunga, ma vale la pena di soffermarcisi un attimo.

Cara mamma, ti scrivo da lontano con il cuore lacerato e dolente, scrivo dall'intimo della mia anima con angoscia e tormento, ti scrivo confuso e stanco, ti scrivo preoccupato e triste. Tu sei la madre migliore del mondo e, se non ti ho parlato prima di questo doloroso pugnale che mi taglia, è perché non volevo darti questo immenso dolore, non volevo versarti addosso il fardello della mia vergogna e della mia colpa. Tu non meriti di soffrire ancora, se io mi sono chiuso in me stesso e sono stato schivo, se sono fuggito, non è perché temo la tua ira e il tuo disprezzo ma la batosta che mai avrei voluto infliggerti, e se solo avessi potuto evitartelo, credimi l'avrei fatto. Ma non posso più perché sto scoppiando, perché questo fardello mi sta uccidendo. L'ho tenuto chiuso per anni nel cavo più buio della mia anima, ma piano piano cresceva e spingeva e scalciava e non mi lasciava più respiro, mi soffocava. Da sempre, credo, ho saputo di essere ciò che sono, ma da piccolo fluttuavo in un mondo spensierato fatto di giochi, fatto di innocenza, fatto di purezza: cresci sognando di essere padre, di sposarti, ti educano a certi valori; poi pian piano scopri le prime pulsioni con naturalità, con ingenua e ignara innocenza, scopri il sesso, scopri l'amore, ma scopri anche che per te è diverso, che non sei come gli altri. Allora hai mille dubbi , ti chiedi tante cose, vorresti fare delle domande, ma all'improvviso ti accorgi che non vai bene. Credi di essere naturale, credi di essere nel giusto, ma per gli altri, i normali, non è così. La tua diversità è devianza, diventi malato, coglione, finocchio, diventi cattivo, maniaco, depravato; ti accorgi a soli tredici anni, mentre i tuoi amichetti hanno le prime cotte, che sarai sempre l'altro, entri nel panico non sai che fare: si può a tredici anni accettare l'emarginazione, l'insulto, il rigetto? Si può accettare se stesso se tutti ti fanno capire che così non vai? No non si può, io non posso. Ti guardi allo specchio e ti fai schifo. Tu non hai chiesto di essere così e non ti accetti. La prima cosa che fai è ingoiare tutto e cacciarlo nel fondo dell'anima, tenerlo lì fermo in un angolo, respingerlo quando tenta di uscire nelle notti di solitudine, quando solo con te stesso una voce ti grida da dentro e ti paralizza e tu, paralizzato taci. Il silenzio. Tutto tace, tutto deve tacere per sempre, ti dici, e ci provi, ci provi ad essere normale perché nessuno va incontro ad una vita difficile e sofferta con piacere, perché tu vuoi disperatamente essere normale e ci provi. Ti fidanzi con una ragazza, ma niente, per te è solo un'amica e lo sai; quando ti accorgi di farle del male, la lasci dopo quattro anni, almeno non devi più mentire. Sei stanco, non puoi più portare da solo una maschera, ma non riesci a levartela, resti intrappolato in te stesso e non sai come uscire. Ti chiedi se sei malato, ma in fondo sai che non è così, perché dalle malattie si guarisce. Ti svegli alcune notti distrutto, tormentato e vorresti morire. Potresti farlo, ma non puoi perché è già morto tuo padre e non puoi dare questo colpo ai tuoi, già, i tuoi, è per loro che vivi, che fingi, che porti la maschera, è per loro che dopo una notte insonne ti alzi come se nulla fosse e continui a recitare. Chi ti è vicino si chiede qualcosa, ma poi scaccia via il pensiero. Chi ti è vicino è fiero di te, fa grandi progetti sul tuo futuro, desidera per te una vita felice e tranquilla, una vita che tu vorresti avere, ma non puoi e sai, nel silenzio della tua anima che li deluderai, che quando scopriranno chi sei, che cosa sei davvero, gli darai una sciabolata nel cuore. Vorresti tanto essere padre, ma non puoi, vorresti dare loro tutto ciò che si meritano, vorresti fingere per sempre e ci riusciresti, forse uccidendoti un po' alla volta, rinunciando alla tua felicità e continuando a recitare, ma sai anche che per farlo dovresti imbrogliare una persona giurandole che l'ami davanti a Dio e non potendole mai dare ciò che veramente desidera perché tu non la desideri e non potrai mai desiderarla. Io ho scelto di non mentire, di non condannare una persona all'infelicità. Sono troppo egoista per vivere così e troppo debole per morire. Allora recito, sono confuso, sono avvolto da mille dubbi, ho paura di vivere appieno, si può scegliere di vivere e morire, si può scegliere di accettarsi o no, si può scegliere per come si è o far finta di nulla; ma non si può scegliere cosa si è, perché, credimi, l'omosessualità non è una questione di scelta, di cure, di cattivi esempi, ma di natura.. Al Liceo ti dici: ancora sono piccolo e posso cambiare; all'Università scoppia la pentola a pressione e cerchi di raccogliere le briciole della tua anima. Devi decidere cosa fare della tua vita e non puoi più prolungare la scelta, impazziresti. Scelgo di dire ciò che sono? Si sono stanco di mentire, di fingere. Che senso puo' avere, mi chiedo perché sono quel che sono, faccio voti, prego, ma è inutile perché fa parte di me. Uccidendo la mia omosessualità uccido me stesso. Scusa mamma se non sono quello che speravi, scusa per la sofferenza che ti porgo, sono straziato nel doverti scrivere questa lettera, ma ho scelto di essere sincero, non ho ancora accettato ciò che sono, ho mille paure che mi stritolano sul mio futuro, ho paura di restare solo, ho paura a cominciare un nuovo cammino, però almeno non mi sento sporco perché sono finalmente sincero. Non ti chiedo pietà né compassione, ti chiedo di abbracciarmi perché ti ho aperto la mia anima. Non potrò mai perdonarmi per il dolore che ti ho dato ma sappi che se lo faccio, è perché ti amo e non posso più mentire alle persone che amo davvero. Non adesso. Perdonami, ma amare vuol dire donarsi per quel che si è. Ecco ti consegno la mia anima finalmente sincero, anche se il cuore mi si gratta pensando a come tutto ciò potrà sconvolgerti. Sappi che per me non è stato facile mentire e che se ho sbagliato l'ho fatto per amore. Sappi che ciò che più mi angoscia della morte di papà, non è la sua assenza ma il fatto che non ho potuto dirgli come sono. Sapere che lui era terrorizzato dal fatto che potevo essere gay mi dilania. Io te lo voglio dire perché tu possa rispondermi, arrabbiarti, decidere. Avevo il diritto di litigare con papà, di farmi buttare fuori di casa, di farmi rinchiudere in una clinica. Avevo il diritto di sapere come avrebbe reagito, cosa avrebbe fatto. Questo dubbio, più di tutto, mi rode e mi tormenterà per sempre. Quando mi dicono che mio padre sarebbe fiero di me, so che invece lo avrei ripugnato, e ciò per me è doloroso ma inevitabile. Perché chi non è come me non può capire quanto dolore, quanta sofferenza e quante lacrime ci vogliono soltanto per potersi specchiare senza disgusto. Gli uomini hanno paura, di cosa poi non si sa, visto che la maggior parte di noi si ammazza o vive recluso. Tutti hanno il diritto a essere felici? Tutti hanno il diritto di vivere? Temo di no. E dopo? Spero che Dio mi aiuti perché ho vent'anni, ho già sofferto molto, la sua Chiesa mi condanna alla castità, mi dichiara reietto e contro natura. Mi condanna all'inferno. Si crede che si possa scegliere di essere uomini o gay, ma perché qualcuno non mi dice come? Se non ci si scotta con la fiamma come si può capire se il fuoco brucia? Come si può parlare, pontificando, di qualcosa che non si conosce? Privateci della nostra dignità, privateci del rispetto di noi stessi, della felicità, della naturale libertà, condannateci senza sapere, censurateci per paura, deportateci, isolateci. Siamo solo uomini fatti di debole carne e fragili ossa, chiediamo solo di poter esistere senza sentirci animali in gabbia, senza sentirci merda. Ho imparato, sulla mia pelle, a non condannare nessuno per quello che è. Ogni ragazzo che vedi, ogni tuo alunno, potrebbe essere come me, non farlo sentire un diverso. La nostra cultura, civiltà, sensibilità, deve di molto crescere prima di assicurare a tutti il diritto alla vita. Perché in ogni parola, gesto, sguardo, frase si nasconde la condanna, il disprezzo, la pietà, il disgusto. Io voglio vivere appieno, voglio imparare a guardarmi allo specchio, voglio avere il diritto di amare e di essere felice, perché la mia finora non è stata vera vita. Per ora vorrei solo accettarmi, non sentirmi sporco. Chiedo troppo se chiedo una vita normale? Perdonami, mamma, perché sei splendida e perché ringrazio Dio di avere una madre come te. Tanti non hanno la mia fortuna. Perdonami e non soffrire per me, perché non lo meriti. Avevo giurato di non dirti mai nulla di ciò, ma non ho potuto né voluto tacere più. La croce mi era diventata troppo pesante. Scusa. A settembre e adesso ho studiato poco perché a volte ci sono esami più importanti di quelli universitari. Anzi nonostante tutto sono contento di essere riuscito ad arrivare qui. Riuscirai a perdonarmi e a non soffrire? A pensare a me come tuo figlio? Probabilmente ho ucciso il tuo orgoglio di madre, ma ti prego, non chiederti dove hai sbagliato, non pensare che sono così perché è morto mio padre. Perché ti assicuro, da tutti questi anni di silenzioso grido di muto dolore, che così si nasce e non si diventa. Non chiedo nulla se non un abbraccio perché sono ancora io, più sincero e più nel profondo, sono io che ti scrivo con sofferta fermezza, madre. Sono sempre tuo figlio anche se più debole e più stanco, e ti vorrò sempre bene.