L'alleanza educativa tra genitori e docenti. Le sinergie possibili
Relazione di Marialuisa Muscarà Bellavia

Qui di seguito riportiamo il testo della relazione tenuta dalla professoressa Marialuisa Muscarà Bellavia (volontaria Agedo) per conto di agedo al convegno tenutosi a Milno il 5 marzo 2005 sul tema "L’alleanza educativa tra genitori e docenti. Le sinergie possibili".

LE FORME DELLA DISCRIMINAZIONE sul territorio e nelle aule scolastiche, che concorrono a elevare sempre più le difficoltà nella relazione educativa degli insegnanti con il gruppo-classe.

 

Convegno “L’alleanza educativa tra genitori e docenti. Le sinergie possibili”.

Milano, 5 marzo 2005

 

 

Marialuisa Muscarà Bellavia

Responsabile Settore Scuola

Associazione Genitori di Omosessuali

Organizzazione Nazionale di Volontariato

 

 

 

 

 

              Nell’iniziare la mia conversazione di oggi con voi, che avete interesse al mondo della scuola, mi sembra buona cosa sottoporre alla vostra attenzione il pensiero di Giuseppe Pontiggia, autore di un libro “Nato due volte” in cui tratta il problema della diversità, in questo caso un handicap di tipo fisico. Egli afferma che “la letteratura offre un aiuto insostituibile all’uomo proprio nella capacità di usare parole più vere, più precise, più adeguate per designare la realtà con cui ci  misuriamo, per accettare lo statuto della diversità: siamo tutti diversi e questo è un dato di fatto che ciascuno può sperimentare. Alla diversità è contrapposta la normalità… ma quale normalità? Forse quella della perfezione?”

 

              L’immagine che ci viene trasmessa dell’essere umano ideale è quello di una persona autonoma, efficace e competente; esclude anziani, deboli, infermi.

La società dovrebbe essere il luogo in cui si tiene conto delle necessità di tutti i membri, in cui si riconoscono le peculiarità di ognuno; i problemi dell’handicap e, più in generale, delle diversità sono problemi di risposte sociali.

 

              Vediamo allora come vengono vissute queste diversità sul territorio e, in particolare, nella scuola.

La diversità alla quale io mi riferisco, come mamma appartenente ad AGEDO (Associazione di Genitori, amici e parenti di Omosessuali che opera sull’intero territorio nazionale a sostegno soprattutto delle famiglie che si trovano in difficoltà), è un po’ particolare, perché si tratta di una diversità per la quale, in un certo senso, non è ancora stato coniato un linguaggio: non se ne parla, o se ne parla troppo poco e in modo offensivo; i nostri figli sono vittime di fenomeni di intolleranza e di bullismo nella scuola e subiscono, ancora oggi, gravi discriminazioni nella società.

 

              Vi porto subito un esempio. Di fronte al comportamento scorretto della Preside e dei docenti dell’Istituto per Geometri Nervi di Novara che hanno permesso, qualche tempo fa, la pubblicazione di un giornaletto con un articolo altamente offensivo per le persone omosessuali, AGEDO ha ritenuto opportuno inviare alla Dirigente Scolastica Regionale una lettera composta da una delle nostre volontarie, per comunicarle il suo sconcerto sia per l’atteggiamento diseducativo del corpo docente, sia per le mancate rimostranze delle autorità (Pubblica Istruzione) sul caso in questione.

 

“Nel mio ruolo di docente scrive - ho sempre considerato fondamentale insegnare ai miei alunni il rispetto del prossimo, l’accettazione delle diversità e il rifiuto di qualunque forma di discriminazione: sono compiti che rientrano a pieno titolo negli obiettivi educativi di ogni scuola e non solo nell’ora di Educazione Civica!

La scuola è un potente agente formativo… il cui compito è proprio quello di seminare una buona dose di senso civico, indispensabile agli adolescenti di oggi per costruire, senza retorica, una società futura migliore di quella che noi abbiamo saputo offrire loro: se la nostra generazione si scandalizza dell’omosessualità è perché, in maggioranza, non conosce, non sa, in poche parole IGNORA.”

 

Noi genitori di Agedo riteniamo che proprio l’ignoranza, non voluta certamente ma causata da false o da nessuna informazioni, vive nella paura e si alimenta della paura delle diversità che non conosce.

Chiediamo ascolto quindi alla scuola, sicuri che l’ignoranza e la paura possono essere superate attraverso una corretta informazione.

 

Forse in seguito alle polemiche suscitate da questo e da altri episodi e alle lettere ricevute dalle autorità scolastiche, da giornali locali e dalla Stampa, l’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte ha acquistato un video-documentario (co-prodotto da Provincia di Milano e Agedo) dal titolo “Nessuno Uguale. Adolescenti e Omosessualità”, girato in alcuni Istituti scolastici milanesi, in ben 1300 copie, da distribuire in altrettanti Istituti superiori e Biblioteche pubbliche. Purtroppo, però, abbiamo saputo che – in molte scuole piemontesi – è stato fatto scomparire.

 

Ci è stato detto, nel recente passato,  che il problema dell’omosessualità nella scuola non emerge; ricordiamo, a chi lo pensa, che la componente omosessuale, secondo le fonti più accreditate O.M.S. (ossia le ricerche effettuate da Ispes e la ricerca europea a cura dell’Istituto Cattaneo -Facoltà di Sociologia dell’Università di Bologna), è stimata intorno al dieci  per cento della popolazione: trasferendo questa stima nella scuola, potremmo dire - senza paura di essere smentiti – che potrebbero esservi due o tre persone per classe scolastica, cioè circa 18.300 studenti su 183.666 dai 14 ai 19 anni nella sola Lombardia.

Mi sembra che il vissuto che questi adolescenti portano con sé sia degno di essere preso in considerazione.

E’ un vissuto che, sempre secondo le stesse ricerche, nel  20% dei giovani viene accettato e nell’80% solo sopportato. Tra coloro che si trovano in difficoltà 22 persone cercano di mettere in pratica atti suicidari e cinque compiono tentativi di suicidio.

 

Questo vissuto ha origine, spesso, dall’omofobia interiorizzata.

Omofobia è un termine coniato negli anni settanta del secolo scorso per indicare la paura l’odio l’intolleranza nei confronti delle persone omosessuali; successivamente ne è stato ampliato il significato includendo anche i sentimenti di ansia, disgusto, avversione, rabbia e disagio che alcuni eterosessuali provano nei confronti dei gay e che molti omosessuali hanno interiorizzato verso la propria identità sessuale.

Gli omosessuali, al contrario di altre categorie discriminate, non trovano alcun conforto in una comunità d’origine, poiché essa non esiste; non trovano “istruzioni per l’uso” nella famiglia che spesso non sa e non ne sa nulla, perché pensa sia un problema che non la riguarda; non trova  aiuto nella scuola, nella società intera: il pregiudizio e la discriminazione sono talmente pervasivi e potenti che essi stessi spessissimo sviluppano sentimenti negativi e di rifiuto dei propri orientamenti sessuali, della loro identità di genere; si convincono di doverli negare, nascondendo quello che ritengono sia un errore della natura sviluppatosi sulla loro persona, senza riuscire a raggiungere la consapevolezza che essere omosessuali è invece una delle tante possibilità date agli esseri umani, uno dei possibili modi di essere, né deprecabile, né straordinario.

 

E’ estremamente illuminante, sul tema spaventoso dell’omofobia interiorizzata, la riflessione di un giovane 16enne, sotto forma di lettera scritta alla redazione di un giornale giovanile degli Istituti superiori di Vigevano (Pavia) intitolato “Stars!”. Dice la lettera:

Cara Redazione di Stars! Sono uno studente di Vigevano.

Perché ho sentito il bisogno di scrivervi? Semplice! Per proporvi una riflessione. O, forse, ed è l’ipotesi più plausibile, per chiedere il vostro AIUTO. Non è un tema facile, vi avverto. Tanto so già che cestinerete queste pagine. E’ troppo difficile parlare di OMOSESSUALITA’. Già, la MIA omosessualità. Quell’omosessualità che non riesco a vivere, a comprendere, a raccontare a nessuno, nemmeno a me stesso.

Ci provo per la prima volta adesso, scrivendo queste righe. E vi assicuro che non è per niente facile. E’ difficile essere gay a Vigevano. E’ ancora più difficile esserlo a scuola.

Cara redazione, caro me stesso, faccio un salto indietro, a quando, forse per la prima volta, ho scoperto che in me c’era qualcosa di strano. Vi siete mai invaghiti, innamorati? Sì, vero? Anch’io. Di un ragazzo. Bello, simpatico, ma di sesso maschile, come me. Non capivo, forse non capisco ancora adesso. Mi piaceva, non lo vedevo come un amico, ma come qualcuno di più. Provavo le stesse sensazioni che sentivo raccontate dai miei compagni di scuola. Sensazioni che loro provavano per le ragazze e io per un ragazzo: ero innamorato!? Vi lascio immaginare la mia confusione. Mi dicevo, e ogni tanto mi dico ancora: “Sono una checca, un finocchio, che essere spregevole sono”.

A chi potevo parlare di ciò che stavo vivendo? E’ ovvio, a nessuno! Così per tanto tempo ho ignorato ciò che mi stava capitando. “E adesso?” Mi chiederete. A volte, anche se è difficile, mi dico: “Sono così e basta” Molto più spesso cerco di non pensarci, anche se è sempre più difficile. E soprattutto lo nascondo agli altri.

Cara redazione, sto facendo una fatica terribile a scrivere queste cose, ma è giusto che lo faccia. Mi serve per dire a me stesso, per la prima volta, ciò che sto passando, ciò che sono. Se non parlo con voi, con me, ESPLODO. O implodo, e non credo che sia lontano questo momento. Dirlo alla mia famiglia? Impossibile. Dirlo agli Insegnanti, allo sportello del Cic? Figuriamoci. Dirlo agli amici, ai compagni di scuola? Mai più.

Passo la maggior parte del mio tempo a scuola. E a scuola i “vaffanculo”, i “ma che, sei frocio?” si ripetono in continuazione.

Io mi sono adeguato. Uso le parole che non vorrei sentirmi dire, scherzo con loro. Ma MI FA MALE comportarmi così. Fingo di essere un ragazzo che sfoglia riviste porno, che parla delle sue scopate e delle sue avventure estive. Amori tra maschio e femmina, naturalmente. L’anno scorso mi sono anche inventato una ragazza, ho scritto di lei sul diario, l’ho raccontato a tutti. Mi sono calato in un ruolo che non è mio, convinto che gli altri pensino che sono come loro, ma i miei compagni lo SCOPRIRANNO, sapranno che SONO DIVERSO DA LORO. TREMO al solo pensare di trovare il mio nome scritto sui muri dei bagni della scuola, vicino alla parola culo, checca o finocchio. Già qualcuno, tra i miei amici extra scuola fa camminatine ancheggianti quando mi vede, e ride quando passo. Ed è sempre più difficile non guardare un ragazzo che mi piace, guardare, come fanno i miei compagni, le ragazze.

Cara redazione, ora la scuola è ricominciata. Come posso affrontare un lungo anno fatto di tanti giorni? Siamo tanti o pochi? Non si parla mai di noi sui giornali, almeno quelli che comprano i miei. Non c’è un giornale che parla di omosessualità? I libri ci saranno pure, ma come faccio a chiedere? Se qualcuno a Vigevano mi vedesse mentre compero un libro del genere la mia vita sarebbe finita. MA FORSE FINITA LO E’ GIA’ ADESSO. Cosa devo fare per non SCOPPIARE?

Riassumendo: sono, anche se è difficile ammetterlo e scriverlo, omosessuale, e non CE LA FACCIO QUASI PIU’.

Se potete, aiutatemi.

Ciao, cara redazione. Ovviamente non mi firmo.

 

Riassumendo questi concetti, il primo livello di omofobia, quello del pregiudizio individuale, si può manifestare con l’utilizzo di un linguaggio offensivo nei confronti della persona omosessuale e la discriminazione, fino ad arrivare alla violenza psicologica e, spesso, anche fisica.

Tanti giovani omosessuali, una volta presa coscienza con sgomento, della loro diversità, si rivolgono all’associazione AGeDO per essere aiutati nel loro coming out in famiglia e, in seguito, molti di loro riescono a portarvi i propri genitori che, nel gruppo di auto aiuto, possono esprimere, esorcizzare e rimuovere le loro paure ed ansie in un ragionevole periodo di tempo, ritrovando la serenità perduta.

 

L’omofobia non è, però, confinata entro il pregiudizio individuale, ma si riflette sulle strutture portanti della nostra società, cioè, oltre che in famiglia, nella scuola, negli ambienti di lavoro, nel mondo delle relazioni interpersonali. E’, per così dire, istituzionalizzata e le conseguenze di questo fenomeno si riflettono nella limitazione dei diritti civili e in una legislazione sfavorevole, quando non persecutoria (in alcuni Stati è prevista, a tutt’oggi, la condanna al carcere o punizioni corporali sino alla pena di morte).

 

La violenza nei confronti del giovane omosessuale si può manifestare in forma di minaccia, di percosse, ma anche solo in forma psicologica, tale da avere come effetto un mancato sviluppo o una privazione sociale: può essere il silenzio totale sull’argomento.

Il processo di costruzione e sviluppo dell’identità personale, faticoso per tutti gli adolescenti, diventa problematico, a volte drammatico per il giovane gay. Nella fase più forte della ricerca di sé, ragazzi e ragazze, stigmatizzati dalla società, inaspettati dalle famiglie e non previsti a scuola, non trovano tracce o modelli nel mondo degli adulti in cui rispecchiarsi e poi differenziarsi.

Il rapporto con un adulto accogliente, che non giudica ma che accompagna nella scoperta di sé è un diritto anche per questi nostri giovani.

Gli appagamenti relazionali, d’autostima, l’affermazione personale gli permetteranno, lentamente, di accettare ciò che è.

 

Poiché per salute, oggi, si intende equilibrio psichico, fisico, sociale, un moderno progetto di promozione alla salute dovrebbe tener conto della comunicazione tra ragazzi e insegnanti, tra ragazzi e genitori e, infine, tra genitori e insegnanti, avvalendosi possibilmente della collaborazione di esperti che già operano nel settore.

Agedo opera già da alcuni anni come mediatrice intra-familiare e confida che la Scuola, proponendosi con grande maturità e responsabilità nel suo ruolo di educatrice, accolga i suoi esperti come referenti della realtà attuale del mondo giovanile omosessuale.

 

Siamo stati chiamati molte volte negli istituti scolastici per aiutare i docenti in un percorso formativo che prevede la nominabilità delle differenze all’interno del gruppo classe e del proprio ambito disciplinare, la loro problematizzazione attraverso un'analisi dell’offerta culturale a livello sociale ed un’analisi degli stereotipi individuali, la progettazione di un incontro con le differenze citate e alcune esperienze giocose della differenza tra studenti.

Da un’esperienza reale su questi nostri progetti di lavoro, applicata dai nostri esperti su un gruppo classe dell’istituto Rizzoli e dell’istituto Vittorio Veneto di Milano è stato tratto il nostro video “Nessuno Uguale”, che noi riteniamo sia uno tra gli ottimi strumenti - ricchi di spunti per genitori, insegnanti ed educatori - che abbiamo a disposizione per capire e far capire il significato della parola diversità.