Febbraio 2001
 
 

LETTERA AD ALBERTO

Qui di seguito riportiamo una lettera di un giovane omosessuale comparsa nella rubrica della posta Lettere al Padre del settimanale Famiglia Cristiana, seguita dalla risposta del Padre.

Sollecitata dalla lettera inviata da Alberto e dalla risposta pubblicata su Famiglia Cristiana alcune mamme dell'AGeDO, tra cui la Presidente, hanno scritto al giornale chiedendo di pubblicare una loro personale risposta, che qui di seguito riportiamo.


La Lettera della settimana
Tra pregiudizi e pettegolezzi
UN OMOSESSUALE CHE NON FA RICHIESTE ALLA «GAY PRIDE»

Alberto scopre di amare gli uomini. Cerca e trova chi può condividere una vita ideale, in intimità di spirito. Ma si scontra con la società e la famiglia.

 Caro padre, potrei esordire scrivendo: «Sono un omosessuale, mi aiuti!». Invece, non lo faccio perché credo sia sbagliato esaurire il ritratto di una persona con un’unica parola che, semmai correttamente intesa, può indicare a grandi linee solo una componente della personalità di un individuo. Inoltre, mi sembra che ultimamente la parola «omosessuale» venga usata, con un atteggiamento di comodo, da chi ha interesse a liquidare sommariamente e in malafede un fenomeno che si vuole condannare senza prima conoscerlo. O del quale si vuole, viceversa, esaltare aspetti deteriori in nome di una presunta libertà sessuale.

Se le scrivo è perché vorrei pregarla di usare le sue parole, sempre così chiare e mai «di parte», per dare voce alla sofferenza di chi, come me, non grida rivendicazioni alla Gay pride, non rivendica il diritto di usare il proprio corpo per trarne piacere ora con Caio ora con Sempronio, ma è schiacciato da una società (e, quel che è più doloroso, da una famiglia) che, per ignoranza o per bigotto atteggiamento pseudo-religioso, generalizza e condanna. Perché è facile generalizzare. Ed è facile condannare: non si perde tempo e ci si sente, senza fatica, dalla parte della ragione e del giusto.

Un giorno, una decina d’anni fa (ora ne ho trenta), ho raccontato ai miei genitori non di essere omosessuale, ma di essermi accorto di «amare» gli uomini anziché le donne. Ho detto di «amare» gli uomini nel senso più casto del termine. Ho raccontato che la mia adolescenza era stata un inferno, ma che da solo – o, meglio, con il solo aiuto di Dio – ero riuscito, anche se dolorosamente, a trovare una mia serenità e un mio equilibrio. Ho raccontato che sognavo di incontrare un giorno una persona che, come me, avesse avuto voglia di condividere una vita di ideali, affetti, senza intimità sessuale, ma in intimità di spirito. Risultato: dramma, paure, mancanza di fiducia, controllo su ogni mio passo, visita dallo psichiatra, santini nella federa del cuscino... Poi non se ne è parlato più.

Ora mi è successo di conoscere quella persona che ho sognato tante volte di incontrare, che mi vuole bene, a cui io voglio bene, e col quale si è costruito un rapporto di stima, affetto e amore tali da non sentire nella nostra scelta di castità alcun limite. La reazione in famiglia? Un nuovo terribile disastro. Forse la colpa è mia: avrei dovuto, in questi anni, aprirmi di più con i miei genitori, consentire loro di conoscermi a tal punto da non avere paura di me e della mia scelta.

So solo che a trent’anni, con una piena indipendenza economica, con una vita professionale gratificante, sono controllato, pressato... E questo mi fa nascere sensi di colpa molto dolorosi. Tanto dolorosi da non sentirmi mai libero e sicuro di me nel vivere la mia vita. Eppure la mia coscienza davanti a Dio, alla società e alla mia stessa famiglia è pulita. Mi piacerebbe che almeno i miei genitori riuscissero a vivere anche loro della mia potenziale felicità e serenità. Lo so che la società è piena di pregiudizi. E so bene che è anche questo che impedisce ai miei cari di essere sereni. Come dire, per loro sarebbe più semplice sapermi bello e sposato con una brava ragazza, piuttosto che a rischio di mille pettegolezzi. Lo so, so che è così. Ma mi torturo nel sapere che la mia felicità è qui, dentro di me e che basterebbe solo un po’ di fiducia da parte almeno dei miei cari, per poterla vivere e darne anche agli altri.

E la tortura è grande perché so che i miei cari mi amano.

Alberto
   

Il male di Alberto non è l’omosessualità, ma la mancanza di fiducia in sé stesso. È lui che deve dire a sé stesso cosa deve fare. È vero che nessuno è autosufficiente, ed è segno di saggezza ascoltare le persone che possono aiutarci a scegliere tra il bene e il male. Come pure è doveroso tener conto anche delle ripercussioni che le nostre scelte hanno nella vita delle persone con le quali viviamo. Ma gli altri devono aiutarci e non impedirci di vivere, anche se lo fanno in buona fede. Alla fine è la nostra coscienza «formata» che detta quello che dobbiamo fare e quello che dobbiamo evitare. Purtroppo siamo stati educati a lasciarci guidare dall’esterno piuttosto che ascoltare la voce della coscienza. Con la conseguenza che siamo dominati più dai sensi di colpa che guidati dalla coscienza dove risuona la voce di Dio.

Alberto deve ascoltare ciò che Dio gli dice: che lui è fatto a sua immagine; che per lui egli ha dato la vita; che vuole la sua salvezza e lo segue in ogni passo della sua giornata. Gli dice ancora che lui non può pensare di realizzarsi da solo, ma deve mettersi in relazione con gli altri. L’esigenza di creare un rapporto affettivo non è un optional e tanto meno un capriccio, ma un’esigenza scritta da Dio nella natura. Anche in filosofia si dice che l’uomo è un essere sociale: si intende dire non solo che ha bisogno di inserirsi nella grande società, ma che ha bisogno anche di rapporti affettivi personalizzati. L’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di amore. L’evangelista san Giovanni è esplicito: «Chi non ama è nella morte». Come è presuntuoso chi ritiene di poter fare a meno degli altri, così è ancor più presuntuoso chi pensa di poter fare a meno dell’amore. Vale per tutti: per gli eterosessuali, per gli omosessuali, per chi si sposa e per chi si consacra a Dio.

Il problema per Alberto nasce in un secondo tempo, quando il suo naturale e legittimo bisogno di amare e di essere amato passa per una inclinazione che non è stato lui a darsi, ma che orienta questo naturale bisogno di amore nella direzione di una persona dello stesso sesso. Allora incomincia il tormento. Sente il bisogno di uscire dalla solitudine, ma incontra subito degli ostacoli che non sa come superare. La reazione della sua famiglia è significativa: dramma, paura, mancanza di fiducia, controllo, visita dallo psichiatra, santini nella federa del cuscino... Ora che il sogno può diventare realtà viene messo nelle condizioni di dover scegliere tra la famiglia e la sua felicità. Una scelta che non vorrebbe fare, ma a cui è concretamente obbligato.

A questo punto deve entrare in gioco la sua coscienza. Non può chiedere aiuto ai familiari o alla gente, perché sa in partenza che, nonostante tutte le belle parole di comprensione, verrà giudicato negativamente. E, in una certa misura, discriminato, nonostante la sua coscienza non gli rimproveri la scelta che ha in animo di fare. Deve provare allora a verificare la sua coscienza e se è vero che vuole un rapporto di ideali di vita, di sola intimità spirituale.

Nessuno può condannare un’amicizia che nasce tra due uomini che intendono aiutarsi nel cammino della vita («Un amico fedele», dice il libro del Siracide 6,14-16, «è un balsamo di vita. Lo troveranno quanti temono il Signore; un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro»). Però Alberto cerca qualcosa di più di un’amicizia. Desidera creare una relazione che soddisfi quella radicale esigenza naturale che viene indicata con l’espressione "uscire dalla solitudine", cioè un rapporto di amicizia particolare che coinvolge e prende castamente tutta la vita. Per sempre.

Questo tipo di relazione crea due serie di interrogativi. Il primo nasce dal fatto che è un rapporto disapprovato dalla gente e dagli stessi familiari, per cui se Alberto vorrà realizzarlo dovrà rafforzarsi per sostenere le eventuali critiche. Il secondo nasce dalla natura stessa di questa relazione. E su ciò deve ben riflettere. Infatti, questa particolare relazione viene realizzata normalmente tra due persone di sesso diverso, perché la diversità tra uomo e donna non solo appaga il bisogno di affetto, ma dà origine a una storia in cui l’uomo e la donna trovano le risorse che aiutano la loro relazione a durare e ad arricchirsi nel tempo. Anzitutto, perché è una relazione tra due mondi umani complementari, il che significa che ognuno dei due oltre alla diversità che nasce dalla storia personale, porta nel rapporto quella diversità che nasce dalla maschilità e dalla femminilità, due mondi di umanità che nascondono grandi ricchezze di vita che Dio stesso giudica "molto buone".

Queste diversità-ricchezze non si limitano ad arricchire la coppia, ma la aprono alla procreazione, che ha l’effetto di dare vita a un nuovo essere umano, ma anche di rigenerare l’uomo e la donna. Infatti, il figlio non si aggiunge alla coppia, ma interagisce con essa: fa passare l’uomo e la donna dalla condizione di coniugi a quella di genitori e con loro inizia una storia che si prolunga per tutta la vita.

In altre parole: la relazione eterosessuale è una storia che si svolge attraverso molti capitoli, ognuno dei quali porta una novità di vita. Nella relazione omosessuale non esistono queste varianti. C’è la ricchezza che nasce dalla comunione di due vite che mettono in comune affetti e ideali. Manca la ricchezza che è data dalla maschilità e femminilità, e la ricchezza che nasce dalla procreazione. È quindi un rapporto che non ha tutte quelle risorse di vita che ha invece un rapporto eterosessuale.

Gli ostacoli che la famiglia di Alberto pone alla sua scelta nascono certamente dalla preoccupazione del giudizio della gente. Ma nascono, forse, ancor più dalla percezione che il rapporto omosessuale casto è molto più difficile da vivere per i limiti che porta in sé stesso. Non ha l’approvazione e il sostegno della gente; non ha quegli sviluppi che nascono dalla eterosessualità; non ha soprattutto quella novità di vita che è il figlio: novità che rinnova e rilancia tutto il rapporto.

Per questo le persone omosessuali che intendono creare un rapporto di vita devono essere consapevoli dei pregi e dei limiti di questo rapporto. Non si può chiedere loro di rinunciare al bisogno di "uscire dalla solitudine" e di creare una comunione di vita, ma devono essere consapevoli di quello a cui si impegnano. Ed educarsi a viverlo in modo costruttivo per sé e per la comunità.

Alberto non fa nulla di male se intende creare una casta amicizia omosessuale, perché l’inclinazione omosessuale non può sospendere e impedire il bisogno naturale di "uscire dalla solitudine". Spetta a lui decidere se rinunciarvi per amore dei suoi familiari o iniziarla e continuarla per la sua felicità. Nel secondo caso Alberto dovrà rafforzarsi, non solo per fronteggiare la diffidenza della gente, ma per viverla come un’amicizia che porta in sé dei pregi, ma anche dei forti limiti.

d.a

Risposta di una mamma

Caro Alberto,
ho letto la tua lettera pubblicata su Famiglia Cristiana.
Sono una donna di 57 anni, insegnante, mamma di un ragazzo omosessuale. Perciò non ti parlerò "in teoria" di opinioni e pareri, ma ti dirò di me e della mia esperienza.
Vivo in una cittadina del Veneto di poche migliaia di abitanti, in un ambiente di reticenze, pregiudizi e pettegolezzi. Mio figlio mi ha fatto la sua "dichiarazione" un anno anno e mezzo fa. Come è ovvio ho avuto qualche mese di "smarrimento". Il mio primo pensiero è stato il timore che mio figlio potesse soffrire solo perché la nostra società è miope e intollerante. Poi ho capito che tutto dipendeva da me, da come io riuscivo a vivere questa prova, o meglio questa "lezione" che la vita intendeva darmi.
Mi sono guardata prima dentro e poi intorno. Dentro ho trovato tutto l'amore e la stima per il figlio che ho voluto e che è cresciuto sano, intelligente, bello, sensibile, colto e apprezzato da tutti coloro che lo conoscono. Fuori ho cercato di mettermi in contatto con altre mamme che potessero darmi una mano. Non sono moltissime, ma ci sono e sono.una forza della natura!!!! Io ora non solo non mi vergogno di avere un figlio gay, ma non lo cambierei per nulla al mondo e lo stesso vale per il compagno con cui vive, che è per me come un altro figlio. Sono fiera del loro coraggio nell'affrontare situazioni a volte non facili, sono testimone commossa del loro amore, dei loro gesti d'affetto, dell'attenzione reciproca nelle quotidiane necessità. Loro vivono e lavorano a 250 km da me, ma ci parliamo, ci scriviamo e vado a trovarli abbastanza spesso. Sono sempre accolta come una regina!!!
Non credere che ti parli di una rarissima eccezione. Ho conosciuto parecchi ragazzi che vivono in coppia e sono certa che col passare del tempo i cosiddetti "normali" impareranno a rispettarvi. So bene che ci sono omosessuali che vengono derisi, disprezzati, picchiati, umiliati, ma ci sono segnali che fanno sperare in un positivo cambiamento. Parte del cambiamento dipende anche da noi, da come sappiamo lottare per farci rispettare. Nel mio caso infatti, non sono io che ho bisogno di "comprensione", né di "tolleranza". Io ho il DIRITTO e OVVIAMENTE anche il DOVERE di PRETENDERE che mio figlio sia rispettato come qualsiasi altra persona. Io non devo nascondermi, mio figlio non deve nascondersi. Non dobbiamo cadere nella trappola di quelli che vorrebbero rinchiuderci nella rete della vergogna, dei sensi di colpa, della paura del giudizio. Questi sono dei gravissimi attentati al nostro equilibrio fisico e psicologico. Non siamo noi a doverci vergognare, ma sono coloro che non ci accettano che così facendo si degradano. Sii forte, caro Alberto, ringrazia la vita per averti messo accanto un compagno degno di te. Vedrai che un giorno i tuoi genitori capiranno. Hai la fortuna di essere economicamente indipendente. Sappi farne tesoro. Ti auguro ogni bene e ti abbraccio

Una mamma.

Come presidente dell'Associazione AGeDO (Associazione di genitori di omosessuali), in seguito alle innumerevoli telefonate di protesta e alle lettere inviatemi, desidero fare sentire la nostra voce di dissenso sul modo in cui viene trattata la tematica omosessuale.
Penso sia essenziale affrontare l'argomento senza tanti arzigogoli, semplicemente in modo cristiano, secondo lo spirito del Vangelo.
Riteniamo, come genitori, che sia inutile, infruttuoso e addirittura crudele il non tener conto dei danni personali, familiari e sociali che l'atteggiamento della Chiesa nei confronti dei nostri figli, seppur spesso buonista, mantiene anzi raccomanda. Con la preghiera di comunicare questa mia, con la firma integra, distintamente la saluto.

Paola Dall'Orto - Presidente AGeDO

Vorrei aggiungere al messaggio inviato dalla Presidente Agedo una breve considerazione: sono stata discriminata personalmente, come madre di una persona omosessuale negli ambienti cattolici per così dire integralisti, venendo ancora oggi accusata di "pietismo" per aver accettato la condizione esistenziale di mio figlio e le sue coraggiose decisioni.
I religiosi autentici, che guardano con concretezza e profondità alle cose della vita, dell'ambiente e dell'interiorità umana sono con noi, agiscono con coraggio e ci definiscono coraggiosi, anche perché noi genitori, figli e persone di fede sappiamo accollarci tutte le nostre responsabilità, nella certezza che Dio è al di sopra di tante piccolezze umane, comprensivo e misericordioso nell'accogliere con amore la vita tormentata, difficile, soggetta a mille meschinità di coloro che non hanno potuto operare una scelta autentica, ma si sono trovati nella necessità di accettare i "doni", anche quello del dolore, ricevuti in dote con la propria esistenza.

Marialuisa Muscarà - Socia AGeDO