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Lettera aperta a Don Giuseppe Natoli, parroco della Cattedrale di Pescara, sul rispetto delle diversità
Reverendo Padre,
le Sue affermazioni sul settimanale PESCARA PESCARA del 30 ott. U.s. sulla presunta “anormalità” di gay e affetti da sindrome di down hanno suscitato perplessità e sconcerto in comuni cittadini che nulla hanno a che fare direttamente con questi temi. Me ne rendo interprete, cominciando dai “down”, molti dei quali sanno leggere i giornali, ma non sono in grado di rispondere per difendersi. Pensi che consolazione, per loro ed i loro parenti, sentirsi definire “anormali”. E dal Parroco della Cattedrale per giunta, che dichiara di parlare come sacerdote! Mi spiace constatare che in tutto il Suo intervento non ci siano mai, nemmeno sottintese, le parole “amore”, “carità”, “comprensione”. Eppure parlava come sacerdote. Se invece avesse parlato come psicoterapeuta, sarebbe da espellere dall’albo per tutte le violazioni al codice deontologico professionale che il suo discorso contiene. Le rammento l’art.4: lo psicologo si astiene “dall’ imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnìa, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità”. Ma lei parlava come sacerdote, perché dubitare che come psicologo non si attenga scrupolosamente a quanto sopra?
Con ciò chiudo la difesa d’ ufficio dei “down”; dopotutto si tratta di una sindrome, contesto solo che non li si aiuta sbattendoglielo chiaramente in faccia. Veniamo agli altri “anormali”, che tali però non sono ufficialmente da 20 anni - parola dell’O.M.S.- i gay, che saprebbero scrivere per difendersi, ma non lo fanno, qui a Pescara. Perché? Perché le lettere bisogna firmarle, e chi si espone, con l’aria che tira nelle chiese frequentate dalle loro mamme, che o non sanno e non vogliono sapere, o sanno ma non vogliono che si sappia in giro, l’onta che colpisce la famiglia! Che direbbe la gente? Quello che dicono i Parroci, appunto. Che non si rendono conto, spero, del male che fanno, dei drammi che creano. Lei non sa, Padre, quanti ricatti affettivi genera la condanna dell’omosessualità, padri che minacciano il suicidio, madri che minacciano di uccidere i figli (orrore!), figli che si suicidano davvero! Perché “non condivisione” significa condanna, è un generoso eufemismo come “non vedente”,” non promosso”, o sbaglio? Invece, “accettazione” sa tanto di ospedale, quindi di malattia, quindi di terapia e relativa speranza di guarigione. Ma dall’ omosessualità non si guarisce, proprio perché non è una malattia, soprattutto non è contagiosa (e chi lo pensa è ignorante), ci si puo’ morire però, con un’alta percentuale, per suicidio o omicidio. Grazie alla solitudine, ai pregiudizi, all’omofobia che il bullismo e la Chiesa alimentano. Non tutta la Chiesa però. Ci sono tanti sacerdoti e suore meravigliosi che considerano gay e lesbiche figli di Dio come gli altri, che citano il Vangelo piu’ che la Bibbia, che dicono che dove c’è amore c’è Dio, che hanno un concetto piu’ largo del termine “natura”. E se i loro superiori non li rimuovono, vuol dire che si puo’ parlare così e restare nell’ ambito della Chiesa. Basta un po’ di coraggio. Ne cito uno per tutti: Padre Sciortini, direttore del settimanale “Famiglia Cristiana” nientemeno, che nel marzo 2000 scagliò dal suo giornale un anatema violentissimo contro i sacerdoti che condannano l’omosessalità. “Questo perde il posto” pensai, invece è sempre lì.
Ultima contestazione, alla Sua affermazione “Ci vuole rispetto per i gay, ma non esaltazione”. Quale rispetto, mi piacerebbe che me lo spiegasse. Quanto all’esaltazione, Lei si riferisce, penso, a quelli che hanno il coraggio di dichiararsi e di sfidare l’opinione pubblica con atteggiamenti provocatori. Il discorso è lungo ed io ho già scritto tanto: perché non lo continuiamo a voce? Io sono pronta ad incontrarLa, male che vada ognuno uscirebbe come è entrato, ma forse un dialogo sarebbe possibile con una volontaria. Ho dimenticato di presentarmi. Presidente della sede di Pescara dell’ Associazione Genitori di Omosessuali (AGeDO). Siamo poche mamme e pochissimi papà di chi in questo senso è peggio che orfano. Passo il mio tempo a rispondere a e-mail di ragazzi disperati, a scrivere ai giornali. Mi perdoni, ma scrivere questa lettera rientrava fra i miei doveri.
La saluto cordialmente
Claudia Toscano
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