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Lettera giunta a Paola Dall'Orto sul tema del suicidio
Pubblichiamo una lettera giunta di recente a Paola dall'Orto, lettera molto bella, che affronta ancora una volta il tema del suicidio.
Oggetto: esistenza né più né meno
Autore: anonimo
Data: 21/10/01
Ma ci sono altre persone, forse ancora in vita, non so, e il rispetto che
si deve ai vivi deve necessariamente essere più forte di quello rivolto ai
morti, che ormai se ne infischiano delle nostre piccole miserie.D. non era
particolarmente bello e neppure particolarmente brillante. Ma aveva un
sorriso luminoso in un viso solitamente reso poco comunicativo dalla
timidezza, un sorriso speciale, che ancora adesso ricordo con chiarezza
perché prendeva forma con una modalità di cui avresti potuto prevedere la
scansione.
Il mio amico a metà.
E' strano come la nostalgia per una persona che non c'è più ti colga all'improvviso, con forza, quando non te l'aspetti. E' come aver aperto un cassetto dimenticato il cui contenuto ti appare intatto, a più di trent'anni di distanza.
Il mio amico D. aveva diciott'anni.
Anche adesso mi fa male la precauzione ,che mi è venuta spontanea, di nascondere il suo nome completo perché nessuno lo possa riconoscere e possa insorgere, a difendere una memoria dalla mia versione dei fatti, mai resa ufficiale. Mi sembra di negarlo un'altra volta, di annullare la sua esistenza né più né meno di come ha fatto lui, ma ci sono altre persone, forse ancora in vita, non so, e il rispetto che si deve ai vivi deve necessariamente essere più forte di quello rivolto ai morti, che ormai se ne infischiano delle nostre piccole miserie.
D. non era particolarmente bello e neppure particolarmente brillante. Ma aveva un sorriso luminoso in un viso solitamente reso poco comunicativo dalla timidezza, un sorriso speciale, che ancora adesso ricordo con chiarezza perché prendeva forma con una modalità di cui avresti potuto prevedere la scansione.
Prima di sorridere, D. teneva sempre la testa un po' abbassata, come a scusarsi di qualcosa, poi alzava lo sguardo e…tac, il sorriso partiva dagli occhi e increspava il viso prima che la bocca si aprisse a scoprire i denti, quelli sì belli, forti e bianchi.
Era una forza, il suo sorriso. Sembrava che aggiungesse luce alla stanza, era coinvolgente e comunicativo, dava l'impressione di un cucciolo lasciato libero.
Chissà perché, ne sentivi la rarità come qualcosa di prezioso.
Non che D. fosse solitamente un musone. Anche al di fuori dei suoi sorrisi magici, il suo viso esprimeva sempre dolcezza e simpatia verso le persone che erano con lui. Sapevi che ti capiva e che ti era vicino, e forse per questo era così facile volergli bene: ti era vicino, almeno quanto era possibile a uno che, in realtà, era lì solo in parte.
D. era omosessuale. In questi giorni in cui tanto si parla di gay pride, mi viene in mente con dolore quanto difficile fosse , nel 1967, tentare di essere, se non orgoglioso della propria identità, almeno non schiacciato dalla vergogna.
Io, allora, non ho mai saputo della sua omosessualità, né da lui né da altri. Ho soltanto messo insieme, come in un puzzle, tanti pezzettini di messaggi che hanno acquistato un senso solo in seguito, quando la consapevolezza di adulta si è sovrapposta alla cecità e all'ignoranza di una diciassettenne.
Allora non avevo capito niente. Capivo solo che D. stava male, che stava male con gli altri e che ,soprattutto, stava male con se stesso. Una volta mi aveva scritto di apprezzare la mia amicizia come una cosa limpida che lo faceva sentire come “lavato” e io mi ero stupita moltissimo, senza capire un accidente, di tanta disistima.
A me pareva una persona bellissima, piena di sensibilità – e quanto male doveva fargli -, affettuosa e amichevole – e quanta fame di amore aveva- , attraente anche perché un po' misteriosa – e proprio il dover negarsi lo ha portato a fondo.
La sua famiglia si era trasferita a Milano dal sud America. Forse occorreva mettere più spazio possibile tra la propria cerchia di amicizie in una società agiata e un figlio scomodo. Non voglio, con questo, accusarli di nulla. Rispetto e capisco i loro sentimenti. Se oggi sono ancora in vita, avranno un terribile bagaglio di autoaccuse e di sensi di colpa. Ci si sente così, quando una persona che ami si toglie la vita. Io lo so.
O forse era stato un tentativo offerto di cambiar pagina, come se fosse possibile cambiar pelle. Ma non si cambia pelle. Mai. Ci si può soltanto travestire. E sotto l'aspetto nuovo, più consono, più “normale”, la pelle non c'è proprio più e ogni granello di polvere ti strazia.
Scuola nuova, amici nuovi. Si era fatto una anche una ragazza, la mia amica Caterina, perché era così che doveva essere. Ma non era durata molto e si era trasformata in un'amicizia. Però era fatta. Caterina era stata la sua patente di eterosessualità, anche se non riesco a pensare che D. avesse voluto ingannarla e l'avesse usata come copertura. Credo invece che fosse stato un onesto tentativo di recupero di una “normalità” tanto desiderata.
Cosa dev'essere pensare che gli altri ti apprezzano per quello che non sei. Portare a spasso una maschera che è l'unica possibilità di non vergognarsi, l'unica ricetta di “normalità”.
Da quello che ho detto finora sembrerebbe che il disagio di D. avesse origine solo in se stesso, ma non è così. Non mi ha mai raccontato cosa gli era successo in Argentina, ma una volta, dopo che gli avevo domandato se non sentisse la nostalgia della sua vita precedente, si era quasi ingobbito e aveva buttato là : “Brutti ricordi. E tanto ormai non ci potrei più tornare”.
Chissà se sono stati i brutti ricordi a fargli compagnia l'ultima sera o se era stato schernito una volta di troppo.
Forse la solitudine gli è sembrata, semplicemente, troppa.
Non ho mai saputo dove fosse stato quella sera, fresco di patente, con la macchina di papà. Certo gli deve essere stato intollerabile , all'improvviso, riprendere la finzione quotidiana. Meglio lasciare che il motore acceso riempisse lentamente col suo fiato di morte il poco spazio del box.
Al suo funerale eravamo in tanti, noi ragazzi. Eravamo disperati e frastornati. Ci sembrava impossibile che non lo avremmo più rivisto.
Sì, va bene, ma fra poco ci svegliamo e andiamo a scuola. Sì, va bene, ma adesso si alza e ci dice che era solo uno scherzo.
E' luglio 2000. Il gay pride è alle porte e i miei figli ci andranno, perché è giusto.
Io no.
Io resto qui. E ho il cuore stretto.
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