Alla c. a. Prof. Giovanni Bollea
c/o La Repubblica
e p.c. Egr. Direttore Dr. Ezio Mauro
La Repubblica
Milano, 7 aprile 2007
Gentile professore,
ieri su Repubblica è stato pubblicato un Suo intervento, che prende spunto dal
suicidio del sedicenne torinese accusato d’essere omosessuale, con un titolo
emblematico: "Come difendere i nuovi adolescenti".
L’ho letto con molto interesse. In atto in questi giorni c’è infatti un’azione
piuttosto squallida, alla qua-le anche il giornale che la ospita stranamente ha
un po’ aderito, ossia cancellare l’ipotesi che il ra-gazzo morto tragicamente
fosse omosessuale (neppure fosse più infamante di una morte violenta), forse per
togliere dall’imbarazzo la scuola incompetente che ha permesso un bullismo lungo
addirit-tura un anno e mezzo (un anno e mezzo di vita; pazzesco, vero?). Ecco
perché ho letto con un gran-de interesse il suo intervento.
Se mi permette la semplicità, scrivo quel che ho capito del suo articolo: gli
adolescenti, per varie cause, sono abbandonati a se stessi, adesso: tv,
internet, pornografia e una famiglia assente concorrono a lasciarli soli, ergo
violenti, ergo lesivi o autolesivi.
Ebbene, mi conceda, professore (e mi conceda anche il direttore del "mio"
quotidiano) due domande:
scusi, professore, in redazione l’hanno per caso avvisata qual’era il “piatto
del giorno”? A giudicare dal momento in cui ha scritto il suo intervento, ossia
il suicidio di un giovanissimo di sedici anni accusato di essere omosessuale
(non mancino, o marocchino, o rom, no no, proprio omosessuale), mi pare che lei
in questi giorni sia stato un po’ distratto, perché dopo un laconico richiamo in
tre righe all’inizio, non ha toccato neanche per sbaglio l’argomento della
settimana.
Inoltre, già che ci sono, mi permetta anche la seconda domanda: scusi, Bollea,
ma lei c’è o ci fa? Ossia, tecnicamente, dove è stato negli ultimi
millesettecento anni? Dov’era lei mentre negli ultimi secoli (vabbé per brevità
facciamo trentasette anni, giusto giusto la mia età di omosessuale abbandonato a
se stesso da tutti; tutti) le persone omosessuali pur non avendo internet, tv,
video-giochi e adolescenze anticipate, hanno vissuto come vittime quasi
sacrificali dell’odio religioso e laico, come ora?
Possibile che un fine analista come lei non si sia accorto che ben prima, in
assenza di internet, gli omosessuali venivano discriminati, vessati, bullizzati,
marginalizzati lo stesso? Possibile? No, non è possibile. C’erano e ci sono
migliaia di testi (migliaia, si), in inglese, che parlavano (che parlano) della
violenza contro giovani gay e lesbiche, violenza che viene definita endemica (e
non internettiana, come scrive lei) alla nostra stessa cultura. Forse non legge
la lingua inglese, per cui le sono sfuggiti i report che l’American Psychiatric
Association, l’American Paediatric Association pubblicavano dagli anni
Settanta-Ottanta-Novanta sul suicidio dei giovani adolescenti omosessuali? No,
mi sembra un motivo sciocco, perché nelle sue bibliografie scientifiche lei cita
testi in lingua inglese. Il motivo è un altro, quindi, immagino.
Beh, in attesa di una buona motivazione, provo a darle un quadro un po’ meno
impreciso del suo, nella mia pochezza di non-docente, non-saggista, di
non-Bollea insomma.
Ho 37 anni, sono un pedagogista, sono gay. Lavoro per una stranissima
associazione, composta da genitori che hanno figli omosessuali, che lottano
perché nessun figlio soffra più scoprendosi omosessuale, e perché nessun
genitore si incolpi di colpe che non ha. Vedo centinaia di adolescenti e adulti
bullizzati, ogni anno.
Ho passato 24 anni della mia vita senza uno straccio di strumento culturale che
mi aiutasse ad accettarmi, a non odiarmi, a non vomitare del mio sentimento più
bello e pulito che abbia provato. 24 anni, dove non c’erano videogiochi, tv,
cellulari, cinema 3D e tutte le sciocchezze che passano per la testa a chi dà la
colpa ad altri ma mai a se stesso.
Abbandonato a me stesso dalla mia famiglia; abbandonato a me stesso dalla scuola
(elementari in Liguria e nella Milano-da-bere, medie inferiori in un collegio
salesiano sul lago di Como, superiori classiche e tecniche ancora a Milano,
giusto per fare una bella panoramica geografica, così la levo dall’imbarazzo di
dire che la mia è una questione di “sfortuna locale”), abbandonato a me stesso
dagli educatori (l’oratorio nel Lazio prima, a Milano poi), dai sacerdoti
(oratorio, curia, gesuiti, altra panoramica anche qua), dagli amici incompetenti
e impreparati a dire ad alta voce la parola “gay” senza ridacchiare subito dopo.
Abbandonato a me stesso dai miei docenti, dai miei “adulti di riferimento”, dai
miei catechisti, dai miei pari. Non c’erano tv-fonini, videogiochi violenti,
chat, la pornografia non sapevo neppure che esistesse.
C’era però un’abbondanza di odio per il Diverso (senza le schifose virgolette,
lo scrivo, che non c’è niente da virgolettare), per me che non trovavo le parole
per definirmi.
Ma le parole giuste le trovavano i miei amici, i bulli: frocio, ricchione,
culattone (pensi, anche due ministri della repubblica l’hanno usato),
rottinculo, invertito (pensi, un senatore a vita l’ha usato un mese fa),
contronatura (pensi alcuni cardinali e un pontefice l’hanno usato la scorsa
settimana).
Ops, ma se questo è bullismo, allora anche ministri, senatori, cardinali e papi
sono bulli. Scusi, lei per caso ha sprecato una riga del suo spazio per
scriverlo? Perché sa, dev’essermi sfuggito.
Lascio elegantemente in sospeso anche questa domanda, e le faccio un’altra
piccola confessione: sono stato bullizzato all’asilo, mentre ero dalle suore;
poi alle elementari dai miei compagni; poi in un collegio salesiano; poi al
ginnasio della Milano-bene, il Parini; poi dopo la dispersione scolastica, anche
in un Cfp. Ci fosse stato un videogioco a scusare quella violenza! Ci fosse
stato un docente, prete o laico, a intervenire! Uno solo. Sarebbe bastato. Uno.
Invece neanche mezzo. E non una parola dagli adulti, non una riga sui testi su
cui i miei educatori, preti o laici, si formavano (le fischiano le orecchie, per
caso?).Esattamente come è adesso.
Ma lei non ha avuto tempo di accorgersi, evidentemente. Né allora, né ora.
Io invece ho avuto tutto il tempo di accorgermi della violenza che ho subito,
perché chi poteva (e lei era certamente fra questi) non ha fatto, detto, scritto
niente. E me ne accorgo anche ora, sa, ora che per lei ci sono le tv a
disumanizzare i rapporti, che io so essere identici a trent’anni fa, ma lei no.
Lo sa che cosa faccio ora, mentre lavoro con docenti universitari e psichiatri,
mentre prendiamo una pausa nel mezzo di una riunione? Non mi alzo dalla
scrivania. Ho 37 anni, un’onorevole settantina di chilogrammi, e ancora ho nella
mia pelle la paura della violenza, si vede.
Non faccio alcuna pausa, professore, così come da preadolescente evitavo di
uscire in corridoio perché lontano dai docenti accadeva di tutto contro di me. E
sì che mi so difendere, eh!? Eppure…
Forse la sua adolescenza è stata l’età dell’oro che descrive. Perché sa,
professore, per noi omosessuali non lo è mai stato, e il fatto che lei non abbia
sprecato un solo minuto per accorgersene, la dice lunga su quale possa esser
stato il suo ruolo durante l’adolescenza.
Noi omosessuali la informiamo ufficialmente che non è il mondo che entra in casa
con tv e internet senza una mediazione familiare, caro professore. Se parla del
bullismo, il modo in cui la violenza è entrata nelle nostre vite è stata
indipendente dalla televisione, così come ora seguita ad alimentarsi del
silenzio, anche del suo silenzio, come quello del suo articolo. La invito in
quanto vittima di violenza: professore, non scriva più queste sciocchezze
(Direttore, non pubblichi più certe sciocchezze).
E’ abbastanza limpido che forse non sa di cosa sta parlando. Grave per uno che
scrive su Repubblica, no? Grave per uno che scrive sulla morte di una ragazzo di
sedici anni accusato di essere omosessuale. Oh, scusi, ho sbagliato, non è
grave. E’ scandaloso.
Un altro ragazzo che è stato accusato di amare un ragazzo come lui (perché è
un’accusa peggiore dell’esser ladri) è stato messo in isolamento umano da decine
e decine di persone (tutte conniventi: docenti, presidi, compagni, psicologi) e
poi condotto al suicidio. Lei non ha saputo sprecare un solo minuto del suo
tempo. Su questo specifico essere umano, su questo specifico dramma.
Se solo lei volesse davvero difendere i nuovi adolescenti, ne scriverebbe con il
nome della loro specificità, anche quella omosessuale, nei suoi articoli, nei
suoi interventi in tv, nelle sue conferenze. Perché se c’è da prendere per il
bavero chi ha la responsabilità di questo stato, io prendo per il bavero proprio
familiari, educatori, docenti, preti, docenti universitari [anche lei era
docente, vero?] ecc. ecc., non chi non si può difendere perché è solo uno
strumento (tv et similia).
Con la speranza che lei abbia davvero qualcosa da dire finalmente su un ragazzo
di sedici anni (un sesto, forse dell’età che a lei, eterosessuale, è stata
regalata senza alcun merito), la saluto con rispetto (sincero, nonostante la
delusione che ho avuto dalle sue inutili parole).
Un uomo gay bullizzato, tanto, che però mai ha letto due (almeno due) sue parole
di rispetto serio.
Alessandro Achille Galvani