Lettera Aperta al Prof. Giovanni Bollea di Alessandro Galvani

 

Alla c. a. Prof. Giovanni Bollea
c/o La Repubblica

e p.c. Egr. Direttore Dr. Ezio Mauro
La Repubblica

Milano, 7 aprile 2007

Gentile professore,
ieri su Repubblica è stato pubblicato un Suo intervento, che prende spunto dal suicidio del sedicenne torinese accusato d’essere omosessuale, con un titolo emblematico: "Come difendere i nuovi adolescenti".
L’ho letto con molto interesse. In atto in questi giorni c’è infatti un’azione piuttosto squallida, alla qua-le anche il giornale che la ospita stranamente ha un po’ aderito, ossia cancellare l’ipotesi che il ra-gazzo morto tragicamente fosse omosessuale (neppure fosse più infamante di una morte violenta), forse per togliere dall’imbarazzo la scuola incompetente che ha permesso un bullismo lungo addirit-tura un anno e mezzo (un anno e mezzo di vita; pazzesco, vero?). Ecco perché ho letto con un gran-de interesse il suo intervento.
Se mi permette la semplicità, scrivo quel che ho capito del suo articolo: gli adolescenti, per varie cause, sono abbandonati a se stessi, adesso: tv, internet, pornografia e una famiglia assente concorrono a lasciarli soli, ergo violenti, ergo lesivi o autolesivi.

Ebbene, mi conceda, professore (e mi conceda anche il direttore del "mio" quotidiano) due domande:
scusi, professore, in redazione l’hanno per caso avvisata qual’era il “piatto del giorno”? A giudicare dal momento in cui ha scritto il suo intervento, ossia il suicidio di un giovanissimo di sedici anni accusato di essere omosessuale (non mancino, o marocchino, o rom, no no, proprio omosessuale), mi pare che lei in questi giorni sia stato un po’ distratto, perché dopo un laconico richiamo in tre righe all’inizio, non ha toccato neanche per sbaglio l’argomento della settimana.
Inoltre, già che ci sono, mi permetta anche la seconda domanda: scusi, Bollea, ma lei c’è o ci fa? Ossia, tecnicamente, dove è stato negli ultimi millesettecento anni? Dov’era lei mentre negli ultimi secoli (vabbé per brevità facciamo trentasette anni, giusto giusto la mia età di omosessuale abbandonato a se stesso da tutti; tutti) le persone omosessuali pur non avendo internet, tv, video-giochi e adolescenze anticipate, hanno vissuto come vittime quasi sacrificali dell’odio religioso e laico, come ora?
Possibile che un fine analista come lei non si sia accorto che ben prima, in assenza di internet, gli omosessuali venivano discriminati, vessati, bullizzati, marginalizzati lo stesso? Possibile? No, non è possibile. C’erano e ci sono migliaia di testi (migliaia, si), in inglese, che parlavano (che parlano) della violenza contro giovani gay e lesbiche, violenza che viene definita endemica (e non internettiana, come scrive lei) alla nostra stessa cultura. Forse non legge la lingua inglese, per cui le sono sfuggiti i report che l’American Psychiatric Association, l’American Paediatric Association pubblicavano dagli anni Settanta-Ottanta-Novanta sul suicidio dei giovani adolescenti omosessuali? No, mi sembra un motivo sciocco, perché nelle sue bibliografie scientifiche lei cita testi in lingua inglese. Il motivo è un altro, quindi, immagino.

Beh, in attesa di una buona motivazione, provo a darle un quadro un po’ meno impreciso del suo, nella mia pochezza di non-docente, non-saggista, di non-Bollea insomma.
Ho 37 anni, sono un pedagogista, sono gay. Lavoro per una stranissima associazione, composta da genitori che hanno figli omosessuali, che lottano perché nessun figlio soffra più scoprendosi omosessuale, e perché nessun genitore si incolpi di colpe che non ha. Vedo centinaia di adolescenti e adulti bullizzati, ogni anno.
Ho passato 24 anni della mia vita senza uno straccio di strumento culturale che mi aiutasse ad accettarmi, a non odiarmi, a non vomitare del mio sentimento più bello e pulito che abbia provato. 24 anni, dove non c’erano videogiochi, tv, cellulari, cinema 3D e tutte le sciocchezze che passano per la testa a chi dà la colpa ad altri ma mai a se stesso.
Abbandonato a me stesso dalla mia famiglia; abbandonato a me stesso dalla scuola (elementari in Liguria e nella Milano-da-bere, medie inferiori in un collegio salesiano sul lago di Como, superiori classiche e tecniche ancora a Milano, giusto per fare una bella panoramica geografica, così la levo dall’imbarazzo di dire che la mia è una questione di “sfortuna locale”), abbandonato a me stesso dagli educatori (l’oratorio nel Lazio prima, a Milano poi), dai sacerdoti (oratorio, curia, gesuiti, altra panoramica anche qua), dagli amici incompetenti e impreparati a dire ad alta voce la parola “gay” senza ridacchiare subito dopo. Abbandonato a me stesso dai miei docenti, dai miei “adulti di riferimento”, dai miei catechisti, dai miei pari. Non c’erano tv-fonini, videogiochi violenti, chat, la pornografia non sapevo neppure che esistesse.
C’era però un’abbondanza di odio per il Diverso (senza le schifose virgolette, lo scrivo, che non c’è niente da virgolettare), per me che non trovavo le parole per definirmi.
Ma le parole giuste le trovavano i miei amici, i bulli: frocio, ricchione, culattone (pensi, anche due ministri della repubblica l’hanno usato), rottinculo, invertito (pensi, un senatore a vita l’ha usato un mese fa), contronatura (pensi alcuni cardinali e un pontefice l’hanno usato la scorsa settimana).
Ops, ma se questo è bullismo, allora anche ministri, senatori, cardinali e papi sono bulli. Scusi, lei per caso ha sprecato una riga del suo spazio per scriverlo? Perché sa, dev’essermi sfuggito.

Lascio elegantemente in sospeso anche questa domanda, e le faccio un’altra piccola confessione: sono stato bullizzato all’asilo, mentre ero dalle suore; poi alle elementari dai miei compagni; poi in un collegio salesiano; poi al ginnasio della Milano-bene, il Parini; poi dopo la dispersione scolastica, anche in un Cfp. Ci fosse stato un videogioco a scusare quella violenza! Ci fosse stato un docente, prete o laico, a intervenire! Uno solo. Sarebbe bastato. Uno. Invece neanche mezzo. E non una parola dagli adulti, non una riga sui testi su cui i miei educatori, preti o laici, si formavano (le fischiano le orecchie, per caso?).Esattamente come è adesso.
Ma lei non ha avuto tempo di accorgersi, evidentemente. Né allora, né ora.

Io invece ho avuto tutto il tempo di accorgermi della violenza che ho subito, perché chi poteva (e lei era certamente fra questi) non ha fatto, detto, scritto niente. E me ne accorgo anche ora, sa, ora che per lei ci sono le tv a disumanizzare i rapporti, che io so essere identici a trent’anni fa, ma lei no. Lo sa che cosa faccio ora, mentre lavoro con docenti universitari e psichiatri, mentre prendiamo una pausa nel mezzo di una riunione? Non mi alzo dalla scrivania. Ho 37 anni, un’onorevole settantina di chilogrammi, e ancora ho nella mia pelle la paura della violenza, si vede.
Non faccio alcuna pausa, professore, così come da preadolescente evitavo di uscire in corridoio perché lontano dai docenti accadeva di tutto contro di me. E sì che mi so difendere, eh!? Eppure…
Forse la sua adolescenza è stata l’età dell’oro che descrive. Perché sa, professore, per noi omosessuali non lo è mai stato, e il fatto che lei non abbia sprecato un solo minuto per accorgersene, la dice lunga su quale possa esser stato il suo ruolo durante l’adolescenza.

Noi omosessuali la informiamo ufficialmente che non è il mondo che entra in casa con tv e internet senza una mediazione familiare, caro professore. Se parla del bullismo, il modo in cui la violenza è entrata nelle nostre vite è stata indipendente dalla televisione, così come ora seguita ad alimentarsi del silenzio, anche del suo silenzio, come quello del suo articolo. La invito in quanto vittima di violenza: professore, non scriva più queste sciocchezze (Direttore, non pubblichi più certe sciocchezze).

E’ abbastanza limpido che forse non sa di cosa sta parlando. Grave per uno che scrive su Repubblica, no? Grave per uno che scrive sulla morte di una ragazzo di sedici anni accusato di essere omosessuale. Oh, scusi, ho sbagliato, non è grave. E’ scandaloso.
Un altro ragazzo che è stato accusato di amare un ragazzo come lui (perché è un’accusa peggiore dell’esser ladri) è stato messo in isolamento umano da decine e decine di persone (tutte conniventi: docenti, presidi, compagni, psicologi) e poi condotto al suicidio. Lei non ha saputo sprecare un solo minuto del suo tempo. Su questo specifico essere umano, su questo specifico dramma. Se solo lei volesse davvero difendere i nuovi adolescenti, ne scriverebbe con il nome della loro specificità, anche quella omosessuale, nei suoi articoli, nei suoi interventi in tv, nelle sue conferenze. Perché se c’è da prendere per il bavero chi ha la responsabilità di questo stato, io prendo per il bavero proprio familiari, educatori, docenti, preti, docenti universitari [anche lei era docente, vero?] ecc. ecc., non chi non si può difendere perché è solo uno strumento (tv et similia).

Con la speranza che lei abbia davvero qualcosa da dire finalmente su un ragazzo di sedici anni (un sesto, forse dell’età che a lei, eterosessuale, è stata regalata senza alcun merito), la saluto con rispetto (sincero, nonostante la delusione che ho avuto dalle sue inutili parole).

Un uomo gay bullizzato, tanto, che però mai ha letto due (almeno due) sue parole di rispetto serio.

Alessandro Achille Galvani