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La famiglia nell'esperienza della
persona omosessuale
Il mio intervento è
legato al vissuto della famiglia, quella famiglia in particolare che ha
conosciuto o scoperto l'omosessualità della propria figlia/o.
Tramite l'A.GE.D.O., associazione
che riunisce genitori che hanno figlie/i omosessuali, si sono potute raccogliere
le voci, le impressioni, le reazioni di tutta la famiglia in un contesto
ancora molto difficile da vivere. E' assolutamente nuova in Italia, ma
le sue gemelle contano molti iscritti in altri paesi come l'Inghilterra,
la Francia, la Germania, l'Olanda e così via, per non parlare dell'enorme
rete americana; insieme, come i genitori degli altri stati, siamo riusciti
ad uscire da questa situazione di dolore, vergogna, smarrimento e
solitudine pur con grande fatica e con grande dispendio di forze, aiutati
solo dall'amore verso i nostri figli.
In seguito le richieste
di assistenza all'AGEDO anche da parte dei figli, sicuri di poter
parlare e soprattutto di essere compresi, sono divenute frequentissime:
i nostri ragazzi, nonostante si parli troppo di una famiglia ormai in via
di estinzione, sono profondamente legati ad essa e desiderano poter vivere
serenamente ed in armonia con tutti i suoi membri. Fra parentesi è
proprio se esiste un conflitto generato dalla non accettazione della figlia
o del figlio omosessuale che la famiglia si può sfasciare, oppure
si può vivere in eterna tensione; e non viceversa, come affermato
da certi pseudo esperti.
Incontriamo l'omosessualità
sia in famiglie malate, patologiche, sia in famiglie cosiddette perfette,
in base ai canoni che comunemente si utilizzano per giudicare una
famiglia tradizionale.
Aiutando i genitori possiamo
così aiutare indirettamente anche i nostri figli.
E' stato proprio in seguito
a tali esperienze che noi genitori ci siamo resi conto di quanto fosse
impellente affrontare finalmente l'argomento "omosessualità" non
in termini dispregiativi, come comunemente avviene, ma attraverso
il coinvolgimento di chi vive personalmente questa esperienza, sia direttamente
che indirettamente, come i genitori, gli psicologi, gli psichiatri , gli
educatori in generale.
Infatti, come
spesso succede che in nome della donna parli l'uomo, così
per la persona omosessuale quasi sempre parla lo studioso eterosessuale
dissertando sull'eziologia del fenomeno e spesso con una inconsapevole
, ma ben radicata mentalità omofoba.
Dico questo perché
anch'io sono passata personalmente attraverso questa esperienza, avendo
assimilato una concezione assolutamente radicale: l'omosessualità
è negatività, é vizio, perversione, è criminalità
in potenza: nessun termine positivo, nessun valore!
Proprio la relazione d'affetto
con mio figlio, la stima che ho di lui, mi hanno permesso di incontrare
la persona e quindi di rivisitare i contenuti ideologici sulla problematica
omosessuale: con l'ottica della persona eterosessuale è veramente
difficile riuscire a superare i vecchi pregiudizi che ritornano prepotenti,
così come le stigmatizzazioni sociali e i condizionamenti culturali.
Inizialmente neanch'io riuscivo
a staccarmi da quanto mi era stato inculcato dai miei educatori e, da sola,
ho dovuto rielaborare le mie credenze. Erano infarcite di credo religiosi,
di ingiunzioni sul cosa è assolutamente giusto o sbagliato, di direttive
su quali comportamenti siano o no peccaminosi. Non c'era
spazio per la variabilità umana! Non si poteva sgarrare, pena l'inferno
o l' ostracismo e l'emarginazione sociale!. I sensi di colpa creati dall'eventuale
trasgressione inchiodavano al non voler prendere visione della realtà,
impedendoti di ragionare con la tua testa.
Parlo quindi come madre
che ha vissuto in prima persona lunghi periodi di angoscia
durante l'adolescenza del proprio figlio; angoscia sua per la confusione
e il dolore di sentirsi parte di una minoranza odiata e bistrattata
e angoscia di noi genitori che non vedevamo vie d'uscita per renderlo
felice e soprattutto sicuro della propria identità, omosessuale
o no, pronto ad accettarsi, con tutte le dolorose conseguenze di chi si
dichiara tale al mondo.
Nessuno poteva aiutarmi,
essendo noi tutti intrappolati in questo contesto sociale: ecco perché
è molto importante che ogni settore del sapere affronti tale problematica
ridiscutendo i vari punti di vista delle singole scienze per arrivare
alla condivisione di una prospettiva rispettosa di questa diversità.
Penso che questa sia la
base di partenza per un enorme cambiamento di mentalità
nel sociale, anche se, immagino, attuabile solo in un
lunghissimo spazio di tempo .Ciò non toglie che bisogna iniziare
da subito.
Chi educa gli educatori?
Quali genitori sono preparati all'ipotesi di partorire una figlia o un
figlio omosessuale e ad accoglierlo con lo stesso amore ed attenzione riservati
alla figlia o al figlio eterosessuale?
Tutti noi genitori, con
nessuna eccezione, educhiamo i nostri figli in una prospettiva di eterosessualità
esclusiva.
Onde evitare la confusione
di generi e la temuta eventualità di un figlio omosessuale, si acquistano
giochi tipicamente maschili per i bambini (come giochi di costruzioni,
automobiline, giochi di guerra e di violenza) e giochi tipicamente femminili
per le bambine, (come bambole, pentoline ecc.) Prevale l'eterna confusione
per cui si crede che i gay siano femmine in un corpo maschile
e che le lesbiche siano maschi in un corpo femminile!
Ci troviamo evidentemente
di fronte ad un vecchio stereotipo di società che
viene difeso, nel tentativo di evitare ogni evoluzione e ogni cambiamento,
senza considerare che il cambiamento può essere positivo e costruttivo.
Se tutti noi, come genitori,
fossimo più informati, se gli intellettuali, gli educatori, i media
stessi ci aiutassero a capire e, di conseguenza, a rigettare i nostri
pregiudizi, indubbiamente si aprirebbe un ampio spiraglio di serenità
sia per noi genitori che per i nostri figli, ma anche per il resto
della società che avrebbe meno paure.
Per un genitore la scoperta
dell'omosessualità del proprio ragazzo/a è sempre un trauma,
un'esperienza dolorosa anche per coloro che ritenevano di avere una mentalità
aperta. Riusciamo ad essere aperti solo quando si tratta degli altri
!
L'omosessualità è
uno spettro tanto lontano e che appartiene ad altri lidi, che non
potrà mai sfiorare proprio te, che hai cresciuto i figli al massimo
del perbenismo, ligio ai correnti valori etici.
Il cammino di dolore di
noi genitori inizia col porci la domanda -cosa abbiamo fatto di male, dove
abbiamo sbagliato nell'educarlo, quale vergogna dovremo e dovrà
sopportare.
L'interesse è qui
ancora tutto puntato su di sé, sulle proprie sofferenze e non su
quelle della figlia/o che spesso sta ancora passando un periodo di grave
depressione o per lo meno di grave confusione e di solitudine.
Il figlio sa di ferire,
anche se involontariamente, ma vuole costruire un rapporto adulto, mostrandosi
nella sua vulnerabilità.
Si passa poi ad una fase
in cui letteralmente si annaspa nel buio, si cerca di capire e di avere
informazioni, appellandosi ai vari esperti.
E' un atteggiamento più
tipico delle madri che dei padri. Non dimenticherò però mai
l'incontro con uno dei pochi padri che si sono rivolti all'AGEDO: venne
con la moglie per essere aiutato: voleva capirlo, voleva poter continuare
il dialogo col figlio come lo aveva prima che questo peso gli
opprimesse il cuore: voleva aiutarlo, seppur ignaro della realtà
omosessuale. L'atteggiamento era severo, compìto, consapevole della
difficoltà di accettare che il figlio, già venticinquenne,
potesse uscire la sera a trovare il suo compagno: fosse stata una compagna
non ci sarebbero stati problemi! Tutti i suoi atteggiamenti verso di lui
si erano ribaltati! Eppure era lo stesso figlio di prima!
Non l'ho mai più
sentito né incontrato, ma dopo due mesi mi telefona il figlio -
che non conoscevo- per chiedermi perché il padre, morto recentemente
di tumore, avesse nel portafoglio l'indirizzo dell'AGEDO.
Ho saputo poi che il meraviglioso
gesto del padre di voler, prima di morire, essere in pace col figlio e
dargli la sicurezza del suo amore e della sua accettazione, gli ha
trasmesso serenità, autostima e la forza di superare i propri disagi.
Non voglio fare esemplificazioni
troppo pesanti e dolorose anche se la casistica è piuttosto ampia.
Voglio solo ricordare le parole di una mamma che, seppur non subito, ha
accettato il figlio, all'opposto del marito. Sono parole che mi ha
riferito durante un colloquio: "Ricordo - mi disse - 15, 20 giorni prima
che si verificasse questo momento (cioè quello della "confessione"
), mio figlio mi veniva vicino spesso e mi diceva di abbracciarlo,
di stringerlo, di baciarlo e mi chiedeva se gli volevo bene, qualsiasi
cosa avesse fatto. Io lì per lì, gli rispondevo che sì,
gli volevo bene, ma non riuscivo a intuire dove volesse arrivare. Capii
solo dopo, quando, mentre eravamo a tavola, stavano mandando
in onda alla tv una manifestazione di omosessuali. Io intervenni dicendo
che ognuno è libero di vivere la propria vita, per cui non mi davano
alcun fastidio. Mio marito era contrariato, asseriva che non erano persone
normali, che erano dei malati. Intervenne mio figlio, difendendo i gay.
Io però, anche se non avevo nessun motivo per detestarli, gli dissi
che se fosse stato così anche lui, mi avrebbe fatto morire: lui
ci guardò e con grande sforzo, quasi piangendo, ci desse che anche
lui era così. Ci fu un assoluto silenzio, il cibo mi si fermò
in gola, mi girava la testa. Volevo scappare perché mi sentivo male.
Anche mio marito rimase impietrito: chiese se stava scherzando o se questa
era la verità. Nostro figlio confermò. In quel momento la
nostra cena finì e cominciò un incubo. Lo tempestammo di
domande chiedendogli da quanto tempo l'avesse capito. Ci disse che era
da due, tre anni che era tormentato, che si portava dentro questa
angoscia , ma non aveva il coraggio di dircelo: Ha combattuto, ha sofferto
da solo, è stato in conflitto con se stesso perché
non voleva crederci, non voleva ammettere di essere così. Ora ha
20 anni. Se lui ce l'avesse detto prima noi saremmo ricorsi allo psicologo
o almeno avremmo trovato non so quale sistema per capire dove avevamo sbagliato
noi, l'avremmo curato. "Mamma, mi disse, non capisci, è un'attrazione
che senti dentro, è un sentimento innato, non è una malattia,
non é una cosa che cerchi o scegli tu" .Io mi sentivo di ghiaccio,
vuota, insensibile, mi sembrava di vivere al di fuori della realtà.
Come avremmo potuto intuirlo, visto che non aveva nessun comportamento
effeminato?
Ci abbracciavamo mentre
lui ci confermava il suo affetto: lui era sempre il ragazzo di prima
ed era diverso solo il suo modo di vivere la sua sessualità, ma
per il resto non cambiava nulla".
Ho riportato queste testimonianze
perché sono emblematiche del vissuto purtroppo sempre difficile,
doloroso che tutta la famiglia, spesso compresi i fratelli e le sorelle,
è costretta inutilmente a percorrere proprio a causa dei pregiudizi
sociali, in un clima pesante di confusione, di caos, di ruoli
scambiati.
Ancora oggi esiste questa
violenza ed emarginazione, dato che l'omosessualità viene vissuta
come un pericolo per la famiglia tradizionale che di fatto riflette la
mentalità delle agenzie educative dominanti :oltre alla famiglia,
le chiese, il gruppo politico, la scuola stessa.
I pregiudizi sono terribilmente
radicati, sono frutto di una precedente educazione omofoba che non si riesce
più a modificare se non mettendo in discussione quelli che
si reputano i propri valori etici di base.
Chi è forte della
sicurezza di avere educato i propri figli nei corretti valori morali e
sociali, non ammetterà che proprio sua figlia/o possano essere dei
perversi.
In genere, per ignoranza,
gli omosessuali vengono identificati in futuri molestatori di bambini,
in persone malate mentalmente e spesso anche fisicamente .Questa
teoria viene spesso supportata da molti medici di base che, considerando
l'omosessualità una malattia almeno psicologica, prescrivono tranquillanti,
nella speranza che tale terapia li "calmi" e li dirima: nella migliore
delle ipotesi, nella non presunzione di saper "curare" tale malattia, li
inviano a psichiatri o a psicologi spesso assolutamente impreparati
sulla questione.
Vengono anche scambiati
per persone che pensano solo e sempre al sesso, destinate alla prostituzione
o alla soddisfazione sessuale scissa dall'affettività e incapace
di procreare e di amare.
La relazione con la figlia/o
si sposta quindi su un piano diverso: non più il rapporto leale
e di scambio affettivo, seppur turbolento, tipico del periodo adolescenziale,
ma una relazione basata sulla disistima e il disprezzo.
Relazione che può
portare anche all'allontanamento da casa (fatto che attualmente, nel
Nord Italia si è considerevolmente ridimensionato), o almeno al
tentativo di cambiare, curare il ragazzo/a, consegnandolo in mano
a medici o a psichiatri che, come ho già detto, molto spesso prescrivono
loro cure che li rendono incapaci di reazioni di qualsiasi tipo (questo
avviene soprattutto nel Sud d' Italia).
Accade, anche tuttora, che
il figlio/a venga recluso in casa (sorte destinata soprattutto a
una figlia) coll'intento di isolarlo socialmente con un vero
e proprio condizionamento psicologico reso possibile dai sensi di colpa
suscitati.
Una delle reazioni
più comuni in famiglia e fra le più subdole e violente, è
il "non voler capire", il" non voler sapere o conoscere".
Non c'è dialogo,
anche perché le parole che corrono sono solo:" ma tu non lo
sei, ti stai sbagliando, è solo una fase , a volte capita ad un
adolescente, devi ancora crescere, è presto per dirlo, vedrai che
sbagli, forse è bene che ti allontani dalle compagnie attuali....".
Per molti genitori c'è
sempre la speranza di un "cambiamento", anche quando il figlio è
più che trentenne. Tra gli altri, anche questi sono modi per
negare la sua identità.
E' questo uno dei momenti
più difficili da superare, perché non permette né
dialogo né discussione.
Il "negare" la realtà
è un vero e proprio meccanismo che, in un primo momento, permette
di "tirare un bel respiro" dopo la rivelazione della figlia/o. E' un meccanismo
usato frequentemente da noi tutti quando la realtà diviene insopportabile.
E' come un abbandono di coscienza, un lavar via quello che c'è di
doloroso nella nostra mente e nel nostro cuore.
Quasi anestetizzati si cerca
una soluzione, una via d'uscita, anche se si sta ancora sovrapponendo l'immagine
stereotipata sull'omosessualità con quella della figlia o del figlio.
Ancora l'interesse è puntato su di sé, sulle proprie sofferenze
e non sulla figlia o sul figlio che spesso sta passando un periodo di grave
depressione o per lo meno di grande confusione.
Spesso, pensando di fare
il loro bene, questi giovani vengono "protetti" dall'incontro coi
coetanei e con gli adulti, nella convinzione che siano stati avviati
all'omosessualità per "contagio diretto" con altre persone omosessuali
(che magari la figlia/o non ha mai conosciuto).
Spesso si cerca di salvare
l'ingenuità, la purezza della figlia/o , gettando la colpa sulla
compagna/o, alludendo al presunto irretimento da parte di un altro omosessuale.
In questa situazione il
mascheramento sociale della propria figlia/o è d'obbligo per la
sopravvivenza in famiglia: non se ne parla più e tutto sembra correre
liscio in un insieme di grande ipocrisia: sarà una vita falsa, difficoltosa,
di sotterfugi, a meno che i genitori non riescano a riprendere
visione della realtà.
Posso testimoniare che
il rifiuto dell'omosessualità è così grande che molti
psicologi, psichiatri o (purtroppo solo rari) sacerdoti, interpellati
come persone di fiducia dalla famiglia, quando il consiglio dato è
quello di accettare la propria figlia o il proprio figlio per quello che
è, vengono essi stessi considerati di parte, se non addirittura
omosessuali.
I genitori non si rendono
conto di lavorare contro il benessere della figlia o del figlio , anzi
a scapito della loro serenità, della loro sicurezza e della stabilità
delle loro relazioni affettive.
Purtroppo, sia pure in una
realtà marginale e provinciale, alcuni ragazzi, non ancora autonomi
finanziariamente ed affettivamente, non protetti e non capiti dalle proprie
famiglie, possono cadere in una condizione di estrema disgregazione della
propria autostima: possono non rendere più a scuola, abbandonarla,
giungendo all'estrema soluzione del suicidio che, in base ai
dati di una ricerca ISPES,. sono percentualmente molto più elevati
rispetto a quelli dei coetanei eterosessuali. Una statistica inglese parla
del 20% di tentativi. In Italia si calcola che gli omosessuali sono sei
milioni, ciò significa che in età adolescenziale ci
sono un milione e duecentomila tentativi!
E' questo un periodo veramente
critico, in cui tutte le sicurezze saltano in aria, in cui tutte le relazioni,
anche con gli altri familiari, sembrano spezzarsi, in cui la famiglia
si isola anche socialmente, per paura e per vergogna.
A questo periodo
pesante e doloroso, può poi seguire quello che definisco
"il sereno dopo la tempesta": resta però l'amara sensazione che
tua figlia o tuo figlio avranno prospettive future di vita difficili e
dolorose.
Si pensa, a volte con ragione,
che una persona omosessuale debba eternamente lottare nella vita
per far fronte agli eterni pregiudizi di cui sei stato vittima anche tu,
come genitore.
Mi si dice che la battaglia
che l'AGEDO sta conducendo contro questi pregiudizi è ormai
inutile perché si considera superato il problema delle discriminazioni.
Non è affatto vero:
l'accettazione dell'omosessualità è ben lungi dall'essere
stata realizzata e ne abbiamo una riprova attraverso i comportamenti di
troppe famiglie che sono lo specchio della società.
A riprova del fatto che l'omofobia,
l'odio contro la persona omosessuale è soprattutto un problema
culturale che trasversalmente percorre quasi tutto il mondo, vorrei proporvi
, abbreviata, la traduzione della lettera di una madre americana, Mary
Griffith, il cui figlio ventenne si è suicidato perché non
riusciva ad accettare la propria omosessualità: Mary G. ha deciso
di dedicare la sua vita ad aiutare i giovani omosessuali e le loro famiglie
a capirsi e a parlarsi, per evitare che una simile, assurda tragedia
possa ripetersi.
"A tutti i "Bob" e a tutte
le "Jane " io dico queste parole, come se tutti voi foste i miei
preziosi bambini.
Per favore, non perdete
la speranza nella vita, o in voi stessi. Voi siete speciali per me ed io
sto lavorando per rendere migliore questa vita e farne un posto più
sicuro, nel quale voi possiate vivere.
Io oggi credo fermamente
che il suicidio di mio figlio Bob sia il risultato finale dell'omofobia
e dell'ignoranza prevalente nella maggior parte delle Chiese, protestante
e cattolica e, di conseguenza, nella nostra società, nelle nostre
scuole, nelle nostre famiglie.
Bob non era un ubriacone,
né faceva uso di droghe. Semplicemente é successo che
non riuscimmo ad accettarlo per quello che era: una persona gay.
Secondo la parola di Dio,
come ci era stato insegnato a capirla, Bob doveva pentirsi o Dio lo avrebbe
dannato all'inferno.
Ciecamente , ho accettato
l'idea che fosse nella natura di Dio il tormentarci e l'intimidirci.
Il fatto che io abbia creduto
a tale depravazione di Dio verso mio figlio o qualsiasi altro essere umano,
mi ha causato molto rimorso e molta vergogna.
Che parodia dell'amore di
Dio, per i figli, crescere credendo di essere cattivi, convinti che non
potranno mai meritare l'amore di Dio dalla nascita alla morte! Che grave
errore aver instillato assurdi sensi di colpa nella coscienza di
un bimbo innocente, dandogli un'immagine distorta della vita, di Dio e
soprattutto di se stesso, lasciandogli poco o nessun sentimento del suo
valore personale.
Se avessi guardato la vita
di mio figlio con cuore puro, avrei riconosciuto in lui uno spirito tenero
agli occhi di Dio; avrei visto una vita che, per la maggior parte è
identica a quella eterosessuale: esistere, studiare, lavorare, amare e
voler bene a un altro essere umano, avere qualcuno assieme a cui diventare
vecchio, qualcuno con cui condividere le gioie e i dolori della vita, qualcuno
con cui condividere il meraviglioso mondo di Dio.
Non abbiamo mai pensato
ad una persona omosessuale come a una parte uguale, da amare e stimare,
della creazione di Dio. Che parodia dell'amore incondizionato di Dio!
C'è poi da meravigliarsi
se i giovani rinunciano ad amare, come ha fatto il nostro Bob, e rinunciano
alla speranza di ricevere il riconoscimento che meritano come bellissimi
esseri umani? C'è da meravigliarsi se le statistiche sui suicidi
fra i giovani mostrano una crescita, soprattutto fra gay e lesbiche?
Bob ha interrotto gli studi
alla scuola superiore due mesi prima di diplomarsi. Io credo che se avesse
avuto a disposizione un servizio di aiuto, oggi potrebbe essere ancora
vivo.
Con il giusto appoggio nel
combattere l'omofobia che lo circondava, avrebbe potuto trovare la speranza
e l'incoraggiamento di cui aveva bisogno.
Voi però promettetemi
che continuerete a provare. Tina Turner canta in una sua canzone: "Il giorno
dell'amore e della compassione stanno arrivando; tutto il resto sono castelli
in aria".
Bob ha rinunciato all'amore.
Io spero che voi non lo farete. Siete sempre nei miei pensieri. Con amore
M. G."
Ogni volta che leggo questa
lettera mi commuovo e mi chiedo quanto ancora i nostri ragazzi dovranno
soffrire e quanto attendere per avere quell'aiuto e quella comprensione
che Mary tanto avrebbe desiderato per suo figlio!
Lancio qui il mio appello
a tutti i genitori, non necessariamente di persone omosessuali, a tutti
gli educatori e a tutti coloro che sono vicini ai giovani: non condanniamo
a priori, ma accogliamo fra le braccia questi ragazzi perché
abbiano la calda sensazione di essere capiti e soprattutto amati...per
quello che sono!
Ora i nostri figli sono
ancora costretti all'isolamento e alla solitudine anche se, come ripeto,
in una realtà marginale e provinciale.
Esistono, attualmente, alcuni
gruppi di solidarietà, che, purtroppo, da chi non li conosce
vengono definiti ghetti. Aiutano queste persone ad essere se stesse, a
non sentirsi sole e le proteggono da possibili reazioni
autodistruttive.
E' oggi auspicabile ed assolutamente
indispensabile una totale revisione degli atteggiamenti che tutta la società
e le varie confessioni agiscono nei confronti delle persone omosessuali:
è solo così che i nostri ragazzi non dovranno più
mascherarsi attraverso matrimoni di copertura o falsi atteggiamenti
o vere e proprie menzogne e non saranno più costretti a rifugiarsi
nei gruppi di solidarietà per essere difesi o protetti ,oppure,
se lo faranno, sarà solo per libera scelta.
Solo così potranno
essere se stessi, amare, sentire, avere gli stessi diritti
delle altre persone, senza dover più soffrire inutilmente. |