Atti del Convegno
Omosessualità e Adolescenza

AGeDo mette a disposizione di tutti coloro che fossero interessati un volume a cura di Rita Gay Cialfi tratto dagli atti dalla 1°Giornata Di Studio Omosessualità e Adolescenza, svoltasi a Milano il 21 marzo 1998 presso la Casa della Cultura.

Esso potrà essere richiesto compilando il modulo allegato (da decomprimere con WinZip o analoga utility di decompressione e caricare con Word 97 o successiva versione) e facendolo pervenire al numero di fax 02-54122226 unitamente a copia del versamento di EUR 6 - comprese spese di spedizione - su c/c postale  n. 31334204 di Milano intestato alla AGeDO oppure copia di bonifico bancario su c/c 16836 sulla Banca Popolare di Milano, ag. 24, ABI 05584 – CAB 01624.

AVVISO: Gli atti sono ora disponibili gratuitamente online a partire dalla sezione DOCUMENTI del sito.


 


OMOSESSUALITA’ E ADOLESCENZA
Ascolto e Cultura delle Differenze nei Luoghi dell'Educare
a cura di RITA GAY CIALFI

Parte I

RITA GAY CIALFI 
Introduzione.

GUSTAVO PIETROPOLLI CHARMET 
La consultazione Psicologica dell'adolescente in crisi.

STEFANIA ZACCHERINI MARANGONI 
Percorsi formativi nei paraggi della diversità.

ROBERTO DEL FAVERO 
Adolescenze e Adolescenza omosessuale 

ROBERTA GIOMMI 
L'amicizia, l'amore e la sessualità nelle diverse adolescenze.

GIANNI VATTIMO, MARCELLO BERNARDI, ANNA FABBRINI, RITA GAY CIALFI, CHIARA SARACENO 
Tavola Rotonda. Il silenzio dei saperi:
le discipline si interrogano sulla Innominabilità.
 

Parte II

MARIA I. ARCADU, TIZIANA BREGOZZO, CLAUDIA BRUNI, ANNA FANTINI, MARISA LANZI, ANNA M. PATERNUOSTO, WILMA SERRA 
Parlare di omosessualità' negli interventi educativi e formativi. 
Il percorso degli operatori nell'incontro con le opinioni, le reazioni, le valutazioni dei ragazzi.

FRANCESCO PIVETTA
Essere se stessi, essere diversi. 
Esperienze dell'educazione alle differenze.

PAOLA DELL'ORTO 
La famiglia: primo momento educativo della persona omosessuale.

MARIA GIUSEPPINA DI RIENZO 
L'assenza della voce lesbica.

BARBARA MAPELLI  (STUDENTESSE E STUDENTI DEGLI ISTITUTI SUPERIORI DI MILANO) 
Tavola rotonda. UGUALI E DIVERSI: MA DA CHI? 
Crescita, progetti di futuro e rappresentazioni di sé, degli altri e delle altre nella formazione all'identità e alle differenze 

La famiglia nell'esperienza della persona omosessuale

Il mio intervento è legato al vissuto della famiglia, quella famiglia in particolare che ha conosciuto o scoperto l'omosessualità della propria figlia/o.
Tramite l'A.GE.D.O., associazione che riunisce genitori che hanno figlie/i omosessuali, si sono potute raccogliere le voci, le impressioni, le reazioni di tutta la famiglia in un contesto ancora molto difficile da vivere. E' assolutamente nuova in Italia, ma le sue gemelle contano molti iscritti in altri paesi come l'Inghilterra, la Francia, la Germania, l'Olanda e così via, per non parlare dell'enorme rete americana; insieme, come i genitori degli altri stati, siamo riusciti ad uscire da questa situazione di dolore, vergogna, smarrimento e  solitudine pur con grande fatica e con grande dispendio di forze, aiutati solo dall'amore verso i nostri figli. 
In seguito le richieste di  assistenza all'AGEDO anche da parte dei figli, sicuri di poter parlare e soprattutto di essere compresi, sono divenute frequentissime: i nostri ragazzi, nonostante si parli troppo di una famiglia ormai in via di estinzione, sono profondamente legati ad essa e desiderano poter vivere serenamente ed in armonia con tutti i suoi membri. Fra parentesi è proprio se esiste un conflitto generato dalla non accettazione della figlia o del figlio omosessuale che la famiglia si può sfasciare, oppure si può vivere in eterna tensione; e non viceversa, come  affermato da certi pseudo esperti.
Incontriamo l'omosessualità sia in famiglie malate, patologiche, sia in famiglie cosiddette perfette, in base ai canoni che comunemente si utilizzano per  giudicare una famiglia tradizionale.
Aiutando i genitori possiamo  così aiutare  indirettamente anche i nostri figli. 
E' stato proprio in seguito a tali esperienze che noi genitori ci siamo resi conto di quanto fosse impellente affrontare finalmente l'argomento "omosessualità" non in termini dispregiativi, come comunemente avviene, ma  attraverso il coinvolgimento di chi vive personalmente questa esperienza, sia direttamente che indirettamente, come i genitori, gli psicologi, gli psichiatri , gli educatori in generale.
Infatti,  come  spesso succede che  in nome della donna parli l'uomo, così per la persona omosessuale quasi sempre parla lo studioso eterosessuale dissertando sull'eziologia del fenomeno e spesso con una inconsapevole , ma ben radicata mentalità omofoba.
Dico questo perché anch'io sono passata personalmente attraverso questa esperienza, avendo assimilato una concezione assolutamente radicale: l'omosessualità è negatività, é vizio, perversione, è criminalità in potenza: nessun termine positivo, nessun valore! 
Proprio la relazione d'affetto con mio figlio, la stima che ho di lui, mi hanno permesso di incontrare la persona e quindi di rivisitare i contenuti ideologici sulla problematica omosessuale: con l'ottica della persona eterosessuale è veramente difficile riuscire a superare i vecchi pregiudizi che ritornano prepotenti, così come le stigmatizzazioni sociali e i condizionamenti culturali. 
Inizialmente neanch'io riuscivo a staccarmi da quanto mi era stato inculcato dai miei educatori e, da sola, ho dovuto rielaborare le mie credenze. Erano infarcite di credo religiosi, di ingiunzioni sul cosa è assolutamente giusto o sbagliato, di direttive su quali comportamenti  siano  o no  peccaminosi. Non c'era spazio per la variabilità umana! Non si poteva sgarrare, pena l'inferno o l' ostracismo e l'emarginazione sociale!. I sensi di colpa creati dall'eventuale trasgressione  inchiodavano al non voler prendere visione della realtà, impedendoti di ragionare con la tua testa.

Parlo quindi  come madre che  ha vissuto in prima persona lunghi  periodi di angoscia   durante l'adolescenza del proprio figlio; angoscia sua per la confusione e il dolore di sentirsi  parte di una minoranza odiata e bistrattata e angoscia  di noi genitori che non vedevamo vie d'uscita per renderlo felice e soprattutto sicuro della propria identità, omosessuale o no, pronto ad accettarsi, con tutte le dolorose conseguenze di chi si dichiara tale al mondo.
Nessuno poteva aiutarmi, essendo noi tutti intrappolati in questo  contesto sociale: ecco perché è molto importante che ogni settore del sapere affronti tale problematica  ridiscutendo i vari  punti di vista delle singole scienze per arrivare alla condivisione di una prospettiva rispettosa di questa diversità.
Penso che questa sia la base di partenza per un   enorme cambiamento di mentalità nel  sociale, anche se,  immagino,  attuabile solo in un lunghissimo spazio di tempo .Ciò non toglie che bisogna iniziare da subito. 
Chi educa gli educatori? Quali genitori sono preparati all'ipotesi di partorire una figlia o un figlio omosessuale e ad accoglierlo con lo stesso amore ed attenzione riservati  alla figlia o al figlio eterosessuale?
Tutti noi genitori, con nessuna eccezione, educhiamo i nostri figli in una prospettiva di eterosessualità esclusiva.
Onde evitare la confusione di generi e la temuta eventualità di un figlio omosessuale, si acquistano giochi tipicamente maschili per i bambini (come giochi di costruzioni, automobiline, giochi di guerra e di violenza) e giochi tipicamente femminili per le bambine, (come bambole, pentoline ecc.) Prevale l'eterna confusione per cui si crede  che i gay siano femmine  in un corpo maschile e che le lesbiche siano maschi in un corpo femminile!
Ci  troviamo evidentemente di fronte ad un vecchio stereotipo di società  che    viene difeso, nel tentativo di evitare ogni  evoluzione e ogni cambiamento, senza considerare che il cambiamento può essere positivo e costruttivo.
Se tutti noi, come genitori, fossimo più informati, se gli intellettuali, gli educatori, i media stessi ci aiutassero a capire e, di conseguenza, a rigettare  i nostri pregiudizi, indubbiamente si aprirebbe un ampio spiraglio di serenità sia per noi genitori  che per i nostri figli, ma anche per il resto della società  che avrebbe  meno paure.
Per un genitore la scoperta dell'omosessualità del proprio ragazzo/a è sempre un trauma, un'esperienza dolorosa anche per coloro che ritenevano di avere una mentalità aperta. Riusciamo ad essere aperti  solo quando si tratta degli altri !
L'omosessualità è uno spettro tanto lontano e che appartiene ad altri lidi, che non  potrà mai sfiorare proprio te, che hai cresciuto i figli al massimo del perbenismo, ligio ai correnti  valori etici.
Il cammino di dolore di noi genitori inizia col porci la domanda -cosa abbiamo fatto di male, dove abbiamo sbagliato nell'educarlo, quale vergogna dovremo e dovrà sopportare.
L'interesse è qui ancora tutto puntato su di sé, sulle proprie sofferenze e non su quelle della figlia/o che spesso sta ancora passando un periodo di grave depressione o per lo meno di grave confusione e di solitudine.
Il figlio sa di ferire, anche se involontariamente, ma vuole costruire un rapporto adulto, mostrandosi nella sua vulnerabilità.
Si passa poi ad una fase in cui letteralmente si annaspa nel buio, si cerca di capire e di avere informazioni, appellandosi ai vari esperti.
E' un atteggiamento più tipico delle madri che dei padri. Non dimenticherò però mai l'incontro con uno dei pochi padri che si sono rivolti all'AGEDO: venne con la moglie per essere aiutato: voleva capirlo, voleva  poter continuare il  dialogo  col figlio come lo aveva prima che questo peso gli opprimesse il cuore: voleva aiutarlo, seppur ignaro della realtà omosessuale. L'atteggiamento era severo, compìto, consapevole della difficoltà di accettare che il figlio, già venticinquenne, potesse uscire la sera a trovare il suo compagno: fosse stata una compagna non ci sarebbero stati problemi! Tutti i suoi atteggiamenti verso di lui si erano ribaltati! Eppure era lo stesso figlio di prima!
Non l'ho mai più sentito né incontrato, ma dopo due mesi mi telefona il figlio - che non conoscevo- per chiedermi perché il padre, morto recentemente di tumore, avesse nel portafoglio l'indirizzo dell'AGEDO.
Ho saputo poi che il meraviglioso gesto del padre di voler, prima di morire, essere in pace col figlio e dargli la sicurezza  del suo amore e della sua accettazione, gli ha trasmesso serenità, autostima e la forza di superare i propri disagi.
Non voglio fare esemplificazioni troppo pesanti e dolorose anche se la casistica è piuttosto ampia. Voglio solo ricordare le parole di una mamma che, seppur non subito, ha accettato il figlio, all'opposto del marito. Sono  parole che mi ha riferito durante un colloquio: "Ricordo - mi disse - 15, 20 giorni prima che si verificasse questo momento (cioè quello della "confessione" ), mio figlio mi veniva vicino spesso  e mi diceva di abbracciarlo, di stringerlo, di baciarlo e mi chiedeva se gli volevo bene, qualsiasi cosa avesse fatto. Io lì per lì, gli rispondevo che sì, gli volevo bene, ma non riuscivo a intuire dove volesse arrivare. Capii solo dopo, quando, mentre  eravamo a tavola,  stavano mandando in onda alla tv una manifestazione di omosessuali. Io intervenni dicendo che ognuno è libero di vivere la propria vita, per cui non mi davano alcun fastidio. Mio marito era contrariato, asseriva che non erano persone normali, che erano dei malati. Intervenne mio figlio, difendendo i gay. Io però, anche se non avevo nessun motivo per detestarli, gli dissi che se fosse stato così anche lui, mi avrebbe fatto morire: lui ci guardò e con grande sforzo, quasi piangendo, ci desse che anche lui era così. Ci fu un assoluto silenzio, il cibo mi si fermò in gola, mi girava la testa. Volevo scappare perché mi sentivo male. Anche mio marito rimase impietrito: chiese se stava scherzando o se questa era la verità. Nostro figlio confermò. In quel momento la nostra cena finì e cominciò un incubo. Lo tempestammo di domande chiedendogli da quanto tempo l'avesse capito. Ci disse che era da due, tre anni  che era tormentato, che si portava dentro questa angoscia , ma non aveva il coraggio di dircelo: Ha combattuto, ha sofferto da solo, è stato in conflitto con se stesso perché  non voleva crederci, non voleva ammettere di essere così. Ora ha 20 anni. Se lui ce l'avesse detto prima noi saremmo ricorsi allo psicologo o almeno avremmo trovato non so quale sistema per capire dove avevamo sbagliato noi, l'avremmo curato. "Mamma, mi disse, non capisci,  è un'attrazione che senti dentro, è un sentimento innato, non è una malattia, non é una cosa che cerchi o scegli tu" .Io mi sentivo di ghiaccio, vuota, insensibile, mi sembrava di vivere al di fuori della  realtà. Come avremmo potuto intuirlo, visto che non aveva  nessun comportamento effeminato?
Ci abbracciavamo mentre lui ci confermava  il suo affetto: lui era sempre il ragazzo di prima ed era diverso solo il suo modo di vivere la sua sessualità, ma per il resto  non  cambiava nulla".
Ho riportato queste testimonianze perché sono emblematiche del vissuto purtroppo sempre difficile, doloroso che tutta la famiglia, spesso compresi i fratelli e le sorelle, è costretta inutilmente a percorrere proprio a causa dei pregiudizi sociali, in un clima pesante di  confusione, di caos, di ruoli  scambiati.
Ancora oggi esiste questa violenza ed emarginazione, dato che l'omosessualità viene vissuta come un pericolo per la famiglia tradizionale che di fatto riflette la mentalità delle agenzie educative dominanti :oltre alla famiglia, le chiese, il gruppo politico, la scuola stessa.
I pregiudizi sono terribilmente radicati, sono frutto di una precedente educazione omofoba che non si riesce più a modificare  se non mettendo in discussione quelli che si reputano  i propri  valori etici di base.
Chi è forte della sicurezza di avere educato i propri figli nei corretti valori morali e sociali, non ammetterà che proprio sua figlia/o possano essere dei perversi.
In genere,  per ignoranza, gli omosessuali vengono identificati in  futuri molestatori di bambini, in  persone malate mentalmente e spesso anche fisicamente .Questa teoria viene spesso supportata  da molti medici di base che, considerando l'omosessualità una malattia almeno psicologica, prescrivono tranquillanti, nella speranza che tale terapia li "calmi" e li dirima: nella migliore delle ipotesi, nella non presunzione di saper "curare" tale malattia, li inviano  a psichiatri o a psicologi spesso assolutamente impreparati sulla questione.
Vengono anche scambiati per persone che pensano solo e sempre al sesso, destinate alla prostituzione o alla soddisfazione sessuale scissa dall'affettività e incapace di procreare e di amare.
La relazione con la figlia/o si sposta quindi su un piano diverso: non più il rapporto leale e di scambio affettivo, seppur turbolento, tipico del periodo adolescenziale, ma una relazione basata sulla disistima e il disprezzo.
Relazione che può portare anche all'allontanamento da casa (fatto che attualmente, nel  Nord Italia si è considerevolmente ridimensionato), o almeno al tentativo di cambiare, curare il ragazzo/a, consegnandolo in mano  a medici o a psichiatri che, come ho già detto, molto spesso prescrivono loro cure che li rendono  incapaci di reazioni di qualsiasi tipo (questo avviene soprattutto nel  Sud  d' Italia).
Accade, anche tuttora, che il figlio/a venga recluso in casa  (sorte destinata soprattutto a una figlia)  coll'intento di isolarlo  socialmente con un vero e proprio condizionamento psicologico reso possibile dai sensi di colpa suscitati.
 Una delle reazioni  più comuni in famiglia e fra le più subdole e violente, è il "non voler capire", il" non voler sapere o conoscere".
Non c'è dialogo, anche perché  le parole che corrono sono solo:" ma tu non lo sei, ti stai sbagliando, è solo una fase , a volte capita ad un adolescente, devi ancora crescere, è presto per dirlo, vedrai che sbagli, forse è bene che ti allontani dalle compagnie attuali....".
Per molti genitori c'è sempre la speranza di un "cambiamento", anche quando il figlio è più che trentenne. Tra gli altri, anche questi sono  modi per negare la sua identità.
E' questo uno dei momenti più difficili da superare, perché non permette né dialogo né discussione.
Il "negare"  la realtà  è un vero e proprio meccanismo che, in un primo momento, permette di "tirare un bel respiro" dopo la rivelazione della figlia/o. E' un meccanismo usato frequentemente da noi tutti quando la realtà diviene insopportabile. E' come un abbandono di coscienza, un lavar via quello che c'è di doloroso  nella nostra mente e nel nostro cuore.
Quasi anestetizzati si cerca una soluzione, una via d'uscita, anche se si sta ancora sovrapponendo l'immagine stereotipata sull'omosessualità con quella della figlia o del figlio. Ancora l'interesse è puntato su di sé, sulle proprie sofferenze e non sulla figlia o sul figlio che spesso sta passando un periodo di grave depressione o per lo meno di grande confusione.
Spesso, pensando di fare il loro bene, questi giovani vengono "protetti" dall'incontro coi  coetanei e con gli  adulti, nella convinzione che siano stati avviati all'omosessualità per "contagio diretto" con altre persone omosessuali (che magari la figlia/o non ha mai conosciuto).
Spesso si cerca di salvare l'ingenuità, la purezza della figlia/o , gettando la colpa sulla compagna/o, alludendo al presunto irretimento da parte di un altro omosessuale.
In questa situazione il mascheramento sociale della propria figlia/o è d'obbligo per la sopravvivenza in famiglia: non se ne parla più e tutto sembra correre liscio in un insieme di grande ipocrisia: sarà una vita falsa, difficoltosa, di sotterfugi,  a meno che i genitori non riescano  a riprendere visione della realtà.
Posso testimoniare che  il rifiuto dell'omosessualità è così grande che molti psicologi, psichiatri o (purtroppo solo rari) sacerdoti, interpellati  come persone di fiducia dalla famiglia, quando il consiglio dato è quello di accettare la propria figlia o il proprio figlio per quello che è,  vengono essi stessi considerati di parte, se non addirittura omosessuali.
I genitori non si rendono conto di lavorare contro il benessere della figlia o del figlio , anzi a scapito della loro serenità, della loro sicurezza e della stabilità delle loro relazioni affettive.
Purtroppo, sia pure in una realtà marginale e provinciale, alcuni ragazzi, non ancora autonomi finanziariamente ed affettivamente, non protetti e non capiti dalle proprie famiglie, possono cadere in una condizione di estrema disgregazione della propria autostima: possono non rendere più a scuola, abbandonarla,  giungendo all'estrema  soluzione  del suicidio che, in base ai dati di una ricerca ISPES,. sono percentualmente molto più elevati rispetto a quelli dei coetanei eterosessuali. Una statistica inglese parla del 20% di tentativi. In Italia si calcola che gli omosessuali sono sei milioni, ciò significa che in età adolescenziale  ci sono  un milione e duecentomila tentativi!
E' questo un periodo veramente critico, in cui tutte le sicurezze saltano in aria, in cui tutte le relazioni, anche con gli altri familiari, sembrano spezzarsi, in cui  la famiglia si isola anche socialmente, per paura e per  vergogna. 
A  questo  periodo pesante e doloroso, può poi seguire quello che  definisco  "il sereno dopo la tempesta": resta però l'amara sensazione che tua figlia o tuo figlio avranno prospettive future di vita difficili e dolorose.
Si pensa, a volte con ragione,  che una persona omosessuale debba eternamente lottare nella vita  per far fronte agli eterni pregiudizi di cui sei stato vittima anche tu, come genitore. 
Mi si dice che la battaglia che l'AGEDO sta conducendo contro questi pregiudizi è  ormai inutile perché  si considera superato il problema delle discriminazioni.
Non è affatto vero: l'accettazione dell'omosessualità  è ben lungi dall'essere stata realizzata e ne abbiamo una riprova attraverso i comportamenti di troppe famiglie che sono lo specchio  della società.

A riprova del fatto che l'omofobia, l'odio contro la persona omosessuale è soprattutto  un problema culturale che trasversalmente percorre quasi tutto il mondo, vorrei proporvi , abbreviata, la traduzione della lettera di una madre americana, Mary Griffith, il cui figlio ventenne si è suicidato perché non riusciva ad accettare la propria omosessualità: Mary G. ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare i giovani omosessuali e le loro famiglie a capirsi e a parlarsi, per evitare che una simile, assurda tragedia  possa ripetersi.
"A tutti i "Bob" e a tutte le "Jane " io dico queste parole, come se  tutti voi foste i miei preziosi bambini.
Per favore, non perdete la speranza nella vita, o in voi stessi. Voi siete speciali per me ed io sto lavorando per rendere migliore questa vita e farne un posto più sicuro, nel quale voi possiate vivere.
Io oggi credo fermamente che il suicidio di mio figlio Bob sia il risultato finale dell'omofobia e dell'ignoranza prevalente nella maggior parte delle Chiese, protestante e cattolica e, di conseguenza, nella nostra società, nelle nostre scuole, nelle nostre famiglie.
Bob non era un ubriacone, né faceva uso di droghe. Semplicemente  é successo che non riuscimmo ad accettarlo per quello che era: una persona gay.
Secondo la parola di Dio, come ci era stato insegnato a capirla, Bob doveva pentirsi o Dio lo avrebbe dannato all'inferno.
Ciecamente , ho accettato l'idea che fosse nella natura di Dio il tormentarci e l'intimidirci.
Il fatto che io abbia creduto a tale depravazione di Dio verso mio figlio o qualsiasi altro essere umano, mi ha causato molto rimorso e molta vergogna.
Che parodia dell'amore di Dio, per i figli, crescere credendo di essere cattivi, convinti che non potranno mai meritare l'amore di Dio dalla nascita alla morte! Che grave errore aver instillato assurdi  sensi di colpa nella coscienza di un bimbo innocente, dandogli un'immagine distorta della vita, di Dio e soprattutto di se stesso, lasciandogli poco o nessun sentimento del suo valore personale.
Se avessi guardato la vita di mio figlio con cuore puro, avrei riconosciuto in lui uno spirito tenero agli occhi di Dio; avrei visto una vita che, per la maggior parte è identica a quella eterosessuale: esistere, studiare, lavorare, amare e voler bene a un altro essere umano, avere qualcuno assieme a cui diventare vecchio, qualcuno con cui condividere le gioie e i dolori della vita, qualcuno con cui condividere il meraviglioso mondo di Dio.
Non abbiamo mai pensato ad una persona omosessuale come a una parte uguale, da amare e stimare, della creazione di Dio. Che parodia dell'amore incondizionato di Dio!
C'è poi da meravigliarsi se i giovani rinunciano ad amare, come ha fatto il nostro Bob, e rinunciano alla speranza di ricevere il riconoscimento che meritano come bellissimi esseri umani? C'è da meravigliarsi se le statistiche sui suicidi fra i giovani mostrano una crescita, soprattutto fra gay e lesbiche?
Bob ha interrotto gli studi alla scuola superiore due mesi prima di diplomarsi. Io credo che se avesse avuto a disposizione un servizio di aiuto, oggi potrebbe essere ancora vivo.
Con il giusto appoggio nel combattere l'omofobia che lo circondava, avrebbe potuto trovare la speranza e l'incoraggiamento di cui aveva bisogno.
Voi però promettetemi che continuerete a provare. Tina Turner canta in una sua canzone: "Il giorno dell'amore e della compassione stanno arrivando; tutto il resto sono castelli in aria".
Bob ha rinunciato all'amore. Io spero che voi non lo farete. Siete sempre nei miei pensieri. Con amore M. G."
Ogni volta che leggo questa lettera mi commuovo e mi chiedo quanto ancora i nostri ragazzi dovranno soffrire e quanto attendere  per avere quell'aiuto e quella comprensione che Mary tanto avrebbe desiderato per suo figlio!

Lancio qui il mio appello a tutti i genitori, non necessariamente di persone omosessuali, a tutti gli  educatori e a tutti coloro che sono vicini ai giovani: non condanniamo a priori, ma accogliamo fra le  braccia questi ragazzi perché abbiano la calda sensazione di essere capiti e soprattutto amati...per quello che sono!
Ora i nostri figli sono ancora costretti all'isolamento e alla solitudine anche se, come ripeto, in una realtà marginale e  provinciale.
Esistono, attualmente, alcuni gruppi di solidarietà, che, purtroppo, da chi non li conosce  vengono definiti ghetti. Aiutano queste persone ad essere se stesse, a non sentirsi sole  e le proteggono da possibili   reazioni autodistruttive.
E' oggi auspicabile ed assolutamente indispensabile una totale revisione degli atteggiamenti che tutta la società e le varie confessioni agiscono nei confronti delle persone omosessuali: è solo così che i nostri ragazzi non dovranno più mascherarsi attraverso matrimoni  di copertura o falsi atteggiamenti o vere e proprie menzogne e non saranno più costretti a rifugiarsi nei gruppi di solidarietà  per essere difesi o protetti ,oppure, se lo faranno, sarà solo per libera scelta.
Solo così potranno essere se stessi,  amare,  sentire, avere gli stessi diritti  delle altre persone, senza dover più soffrire inutilmente.