Parte II

 

 

 

MARIA I. ARCADU

TIZIANA BREGOZZO

CLAUDIA BRUNI

ANNA FANTINI

MARISA  LANZI

ANNA M. PATERNUOSTO

WILMA SERRA*

 

PARLARE DI OMOSESSUALITA' NEGLI INTERVENTI EDUCATIVI E FORMATIVI.

 

Il percorso degli operatori nell'incontro con le opinioni, le reazioni, le valutazioni dei ragazzi

 

 

 

PARLARNE E' D'OBBLIGO

 

Ottobre 1991. E' ufficiale. Alcune scuole superiori hanno accettato il corso di educazione sessuale per i ragazzi delle classi quarte. Quali scegliamo, tra i tanti argomenti possibili? Intanto in classe si va in due, un operatore per l'area sanitaria e uno per quella psicologica. Quindi parleremo di anatomia, di fisiologia, di relazioni, sentimenti, emozioni, di contraccezione... di cultura. Manca qualcosa?

Di omosessualità vogliamo parlare? Ma è ovvio. Non si può tacere su argomenti cosi' scottanti. Gli omosessuali vivono con noi, non su un altro pianeta. Certo non si distinguono per l'atteggiamento esteriore, non sono i travestiti, ne' i transessuali.

Non è la condotta che definisce l'omosessuale, il coito anale non è la pratica più diffusa, né i contatti orali lasciano trasparire tendenze omosessuali. Questi non sono altro che gli stereotipi più diffusi che occorre smontare. Come reagiranno i ragazzi? Non importa, vediamo come va. Distribuendo un questionario vero/falso su questi temi, vogliamo entrare nel merito, rompere il silenzio, non colludere con una rimozione collettiva.

Siamo tutti teoricamente convinti che educare all'omosessualità significa in fondo educare alla diversità, cioè alla vita, a noi stessi. Ciascuno di noi è infatti portatore di una diversa storia, spesso coltiviamo desideri e aspettative per identità e ruoli diversi da quelli che ci riconoscono e anche nel nostro mondo interno convivono, non sempre armoniosamente, molte diversità. Dunque diamo uno spazio specifico e un contenitore preciso a questo tema anche se solo un 5% di ragazzi, un po' di più le femmine dei maschi, chiede espressamente di trattarlo nei corsi di educazione sessuale. Dai questionari di verifica, distribuiti dopo il corso, scopriremo che il 7,5% di essi lo segnala tra gli argomenti più interessanti , anche se solo il 3,7% dichiara di volerlo approfondire.

 

OMOSESSUALE E' BELLO

 

Gli  Indiani Crow chiedevano agli omosessuali della tribù di tagliare in certe circostanze l'albero sacro e tra gli Yuki era loro affidato il compito di insegnare ai giovani le tradizioni del gruppo: erano quindi tra le persone più stimate e importanti. Nell'antica Grecia questo comportamento era molto diffuso ed accettato, anzi era considerato aristocratico ed associato alla ricchezza e alla cultura. Molti maestri e allievi erano legati da questo tipo di rapporto. Socrate e Platone erano omosessuali, così come altre grandi figure della storia: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Leonardo da Vinci...

Il simbolo del tao può essere un'interessante metafora delle parti più "maschili", attive o di quelle più "femminili", passive che prevalgono e si intrecciano diversamente in ognuno di noi, al di là del nostro essere maschi o femmine. Freud ha parlato di una predisposizione bisessuale innata in ogni essere umano, che prende poi una determinata direzione per influenza dell'ambiente e dell'apprendimento. Molte persone che si dichiarano eterosessuali possono avere avuto nella loro storia fantasie e momenti di omosessualità e viceversa. E via di questo passo: l'omosessualità è sempre esistita, in alcune società aveva anche un particolare significato culturale e sociale, molti personaggi importanti sono stati omosessuali.

All'inizio del nostro lavoro ci siamo fatti un po' ansiosamente carico di dissodare un terreno, non poi così sgombro, con una valanga di informazioni di tipo storico, sociologico, antropologico e transculturale. Inoltre abbiamo fortemente evidenziato l'importanza di non dare e darsi etichette premature, sottolineando come in adolescenza sia possibile una fase in cui ancora i giochi non sono fatti rispetto all'orientamento sessuale, essendo frequenti sperimentazioni a scopo identificatorio. Erano rassicurazioni forse un po' troppo enfatizzate, un po' troppo sollecite nel delineare quasi uno "scampato pericolo", che rischiavano anche di essere incongruenti rispetto al nostro scopo: gli omosessuali esistono e sono sempre esistiti, non sono delinquenti né malati, vanno rispettati, ma quasi sicuramente non siete voi e non siamo noi. L'obiettivo era quindi prevalentemente informativo-pedagogico così come si potrebbe insegnare l'esistenza e il rispetto per le persone di altre razze e culture. Ci stava molto a cuore far capire ai ragazzi che la sessualità omosessuale è una "variante" e non una "devianza" rispetto all'eterosessualità, così come la definizione dell'O.M.S. sottolinea. Questo aspetto era da noi molto valorizzato ed "esibito" anche perché forse frutto di un certo percorso per alcuni e per il gruppo nel suo cammino di formazione comune.

Anche nel nostro lavoro con i docenti siamo partiti da una tendenza a sottovalutare  la problematicità del tema, come se la derubricazione da parte dell'O.M.S. avesse anche cancellato il problema, come se cambiare linguaggio potesse automaticamente voler dire cambiare atteggiamento. Facevamo emergere, attraverso un questionario, i luoghi comuni più frequenti sull'omosessualità, introducevamo la definizione scientificamente corretta dell'O.M.S., ricordavamo il percorso storico, esponendo poi le diverse teorie sulla sua origine. Davamo poco spazio alle difficoltà e ai problemi personali di ciascuno; veniva fuori soltanto qualche "coraggiosa" presa di posizione, che suonava un po' ideologicamente contrapposta alla nostra.

 

VICINO O LONTANO?

 

Dalle verifiche e dai lavori svolti dai ragazzi durante gli incontri, si nota che vicinanza e lontananza, coinvolgimento e distacco sono elementi che permeano continuamente il discorso sull'omosessualità e connotano diversamente le loro opinioni. Una posizione di lontananza e di distacco lascia spazio all'espressione di giudizi valutativi anche molto negativi nei confronti della persona omosessuale, vissuta come diversa ed estranea, come altro da sé, oppure dà luogo a posizioni acritiche o anche parzialmente positive, frutto di mancate occasioni di riflessione su questo tema. Una posizione di vicinanza, al contrario, porta da un lato a sospendere o a rendere più sfumati i giudizi, dall'altro a problematizzare, a entrare maggiormente nella situazione. Ci si identifica con l'altro, si entra in contatto con le proprie ed altrui emozioni. Emergono quindi vissuti di gioia, piacere, passione, ma anche sofferenza, travaglio interiore, dubbi. Lo scambio di opinioni e la riflessione durante gli incontri di educazione sessuale hanno permesso di avvicinarsi di più all'altro, di comprenderlo meglio ponendo le basi per un dialogo.

Ci siamo però ritrovati, più frequentemente di quanto non pensassimo, di fronte a ragazzi che definivano l'omosessualità "scelta non condivisibile e incomprensibile", "scelta contro-natura", "malattia e deprivazione", "depravazione"... Eravamo soprattutto impressionati dagli apprezzamenti che assai spontaneamente alcuni si sentivano di esprimere: "provo disgusto", "sdegno e repulsione", "mi fanno schifo", "stammi lontano", "sono finti", "sporchi" , "sfigati", "bruciamoli", "fatti loro", "sono fottuti". Predominavano rispetto ad altri interventi del tipo: "anche questo e' amore", "normalità", "rispetto", "sono simpatici", "sono come noi". Nelle classi maschili emergevano, in particolar modo, opinioni negative e atteggiamenti di disagio e di imbarazzo che non favorivano ed a volte non permettevano il dialogo e il confronto. Alcuni chiedevano esplicitamente di evitare l'argomento: "Prof. Basta!", "Ma dobbiamo proprio parlarne?". "Perché non cambiamo discorso?".

L'intento rassicurativo, il timore di mobilitare aggressività difensive difficili da  gestire nel gruppo-classe, il desiderio di modificare alcuni atteggiamenti e comportamenti dei ragazzi nei confronti dell'omosessualità, ci ha portato spesso a irrigidirci, ponendoci simmetricamente ad alcune loro resistenze e instaurando in certe situazioni un vero e proprio circolo vizioso. Abbiamo cominciato a incontrare delle difficoltà a dialogare con loro: ci siamo sentiti inadeguati, insoddisfatti e un po' apprensivi nell'affrontare questo tema che all'inizio ci aveva visto così convinti e decisi.

Abbiamo quindi vissuto anche noi, come formatori, un continuo alternarsi di vicinanza e di lontananza, un dialogo dentro di noi e tra noi, alla ricerca di un equilibrio.

 

SEMPLICE O COMPLESSO?

 

L'attenzione elevata che avevamo dato al tema dell'omosessualità è evidenziata anche dal fatto di averlo scelto come ambito di verifica dei nostri interventi di educazione sessuale con le quarte superiori.

Le scuole appartengono alle zone 6,19 e 20 di Milano, sono istituti tecnici, professionali e licei, per cui la popolazione rappresentata può essere considerata un buon campione dell'universo giovanile milanese.

Per valutare un loro eventuale mutamento di atteggiamento dopo gli incontri, abbiamo chiesto ai ragazzi, con un test individuale, di scegliere, in 25 coppie di aggettivi contrapposti, quello più adatto alla parola omosessuale. Prima del corso l'omosessuale è risultato soprattutto incompreso, problematico, complesso, emarginato. Inoltre è strano, difficile, diverso, innaturale, ambiguo, molto sensibile. Quest'ultima caratteristica sembra legata da un lato all'emarginazione e alla sofferenza, dall'altro a una automatica associazione a un omosessuale maschio con spiccate caratteristiche femminili. Alcuni hanno associato omosessuale ad aggettivi come brutto, immorale, obbrobrioso, pericoloso, ripugnante, depravato, indecente.

Emerge quindi, al di là dei nostri iniziali tentativi di semplificazione teorica, una elevata problematicità e complessità oltre a una certa dose di preoccupazione verso un comportamento sessuale visto da alcuni come una deviazione, una depravazione e forse anche un rischio, in quanto "è facile essere traviati".

Dopo i nostri incontri, soprattutto in seguito alle modificazioni che abbiamo via via apportato al nostro approccio, i ragazzi assumono un atteggiamento meno giudicante. L'informazione e il confronto, favorendo una maggiore conoscenza del problema, li spingono a esprimersi con una maggiore cautela nei confronti delle persone omosessuali e quindi a riuscire a sospendere il giudizio. Il corso fa divenire le certezze un po' meno certe, sembra aprire nuovi interrogativi e dare più spazio all'ascolto, alla riflessione, al dubbio. Gli aggettivi sensibile e inquieto sono quelli che hanno mantenuto, anche dopo il lavoro, le più alte percentuali, come se la connotazione di un individuo preda delle sue sensazioni emotive rimanesse solida, tuttavia si è ridimensionata notevolmente l'attribuzione di infelicità. L'omosessuale appare un po' meno sensibile e simpatico, ma anche un po' meno insensibile, malato, sporco e certamente meno infelice. I ragazzi sembrerebbero convergere quindi, dopo il corso, verso una posizione che guarda al singolo individuo, alla persona più che ad una categoria astratta ed estranea.

A proposito della coppia di aggettivi "emarginato / integrato", essi, dopo il corso, ritengono la persona omosessuale ancor più emarginata di quanto prima non pensassero: il mutamento della loro opinione sull'argomento non incide su ciò che viene visto come un dato di fatto oggettivo. Sono soprattutto le ragazze che sembrano più consapevoli dell'emarginazione degli omosessuali, dopo averne maggiormente compreso la problematicità e complessità.

Nulla di tanto semplice quindi, anche se ci può far dispiacere: i ragazzi ci hanno aiutato a capirlo.

 

REGISTI O ATTORI?

 

Rifacendoci alla metodologia proposta dalla scuola di sessuologia di Firenze, negli incontri con i ragazzi, abbiamo sempre cercato di alternare momenti di informazione da parte nostra a momenti di espressione delle loro preconoscenze, per agganciarci il più possibile al sapere e al contesto socio-culturale dei nostri interlocutori. Essendo tutti concordi sulla necessità di dar parola alla scelta omosessuale come scelta possibile, ogni coppia di lavoro si è ritagliata uno spazio per parlarne con i ragazzi. Chi è rimasto più ancorato a rassicuranti slogan "politicamente corretti", motivato dalla necessità di contrastare l'immagine negativa sociale imperante, ridandole dignità e parola, chi ha cercato di stimolare i ragazzi a entrare maggiormente nel tema, trovandosi però di fronte, come abbiamo visto, a giudizi e valutazioni forti.

Gli incontri con i ragazzi e le loro reazioni ci hanno posto, come si è detto, con frequenza sempre maggiore di fronte ad alcune difficoltà, spingendoci a ridimensionare l'entusiasmo che ci accompagnava e a ripensare l'intervento nelle classi. Abbiamo quindi sentito la necessità di discutere, approfondire e prendere maggiormente coscienza delle nostre emozioni, dei nostri problemi, dei nostri stereotipi.

Ci siamo incontrati con associazioni e gruppi di omosessuali, con altri operatori, abbiamo ampliato lo spazio di riflessione su questo tema nell'ambito della nostra formazione e supervisione. E' proprio qui che abbiamo potuto portare in prima persona, al di là della nostra informazione, formazione e ideologia, gli stessi dubbi, le stesse domande, gli stessi imbarazzi sull'omosessualità, che stavamo riscontrando nei ragazzi. Omosessuali si nasce o si diventa, quali le ipotesi più accreditate? Esiste e in che misura la bisessualità? E i transessuali ? Perché si parla poco delle lesbiche?

Ci è parso quindi di dover rivedere l'impostazione del nostro lavoro a cui ci aveva forse portato una posizione più ideologica, e quindi difensiva, che psicologica, più preoccupata di bonificare e di rassicurare, che di far crescere anche attraverso difficoltà e limiti. Abbiamo visto la necessità di dare all'argomento luci ed ombre, maggiore complessità e forse, paradossalmente, minore sottolineatura. Meno grandi titoli (nati probabilmente per lanciare appelli anche a noi stessi), ci siamo detti, meno enfasi per questo argomento, ma proprio perciò, più attenzione ad esso all'interno di un più ampio discorso sulla sessualità.

La nostra modalità di lavorare su questo tema, come anche su altri, è divenuta più attenta alla scelta delle informazioni da dare, al come renderle il più possibile interattive, oltre che alla relazione e al confronto con i ragazzi. Ci siamo posti diversi interrogativi. Su quali punti ci interessa in particolare mobilitare i ragazzi per partire da ciò che realmente loro si dicono e non da ciò che ritengono giusto e doveroso dirci ? Come attivare oltre al loro sapere anche il loro sentire? Come favorire l'espressione delle loro reali emozioni, paure, difficoltà? Come tutelare e gestire chi, per esibizionismo o bisogno di reale confronto, espone le sue esperienze dirette e non, di fronte ai compagni, o chi viene additato con derisione come "omosessuale" o infine chi di fronte a questo discorso si isola e non vuole parlarne?

Nel tentativo di rispondere a queste domande abbiamo posto più attenzione alle modalità di relazione con i ragazzi, dando importanza non solo ai contenuti, ma anche alla scelta delle parole, alla tonalità, ai silenzi, alle sottolineature, oltre che agli aspetti della comunicazione non verbale, come l'atteggiamento, le espressioni, le gestualità loro e nostre. Più che adulti-modello che calano dall'alto le loro verità, cerchiamo di porci come punti di riferimento aperti alle richieste dei ragazzi espresse, a volte, in modo implicito, seduttivo, provocatorio, mistificatorio. Lavoriamo sempre in due, a volte anche in tre. In tal caso uno di noi si pone come osservatore, più libero di cogliere le dinamiche che si attivano nel gruppo e l'interazione che va costruendosi tra noi e i ragazzi. Può essere importante tenere sott'occhio, per meglio gestirle, le loro diverse reazioni: disorientamento, collaborazione, svalutazione, ironia, aggressività. Spesso, come già accennato, alcuni manifestano una certa intolleranza al tema dell'omosessualità che può inibire la classe nell'espressione di idee, pensieri, commenti, richieste di chiarimento. Tentiamo sempre di utilizzare positivamente gli interventi, anche se apparentemente futili e inconsistenti, facendo emergere le capacità emotive e di riflessione, nel rispetto dei diversi punti di vista, con l'intento di sgombrare il campo dai giudizi morali.

Lavoriamo anche nel tentativo di far sentire certi stereotipi come "gabbie" per sé e per gli altri, che impediscono di esprimere il proprio essere persona, nella propria originalità, al di là del proprio essere maschio o femmina, e del proprio oggetto d'amore. Riflettiamo con i ragazzi sul fatto che viviamo in un'epoca storica in cui è possibile modificare e reinterpretare le varie componenti della particolare miscela di cui si compone l'identità personale maschile e femminile come il sesso biologico, il genere, l'orientamento sessuale e il ruolo.

Puntiamo molto sulle nostre capacità di metterci in gioco e di ascoltare empaticamente, utili a raccogliere quella che ci sembra essere la richiesta più emergente dei ragazzi: l'essere ascoltati e compresi all'interno di una relazione rispettosa e accettante.

Dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro preferiamo ora utilizzare stimoli più aperti alle libere associazioni. Parlando di omosessualità cerchiamo di non circoscriverne la trattazione, affrontandone anche la problematicità e la conflittualità. Ne parliamo ogni volta che tocchiamo altri temi come la definizione di sessualità, la coppia, i ruoli sessuali etc. Parliamo meno in astratto di omosessualità e più in concreto di persone omosessuali, uomini o donne, il che ci appare più complesso e impegnativo, ma sicuramente più ricco e stimolante. E proprio la difficoltà che molti ragazzi hanno espresso ad avvicinarsi, comprendere, parlare con chi viene comunque sentito come "altro da sé", ci ha rinforzato sulla necessità di parlare dell'altro come persona, indipendentemente dai percorsi di vita che si sceglie, piuttosto che dell'omosessualità come fatto di costume. E ciò per facilitare l'accettazione dell'altro, diverso, non conforme a sé, senza che questo debba generare intensa paura, né voglia dire aderire a un modello, poiché l'altro non deve essere, necessariamente, come me, né io come lui. Inseriamo ad esempio in una serie di diapositive coppie eterosessuali, omosessuali maschili e femminili, di innamorati o di amici, chiedendo un commento alla classe. Oppure apriamo il discorso sulla parola "coppia", partendo dalla definizione dell'OMS: "La sessualità è un bene della persona che si può vivere anche in coppia…", chiedendo ai ragazzi quali coppie vengano loro in mente.

Il nostro obiettivo quindi è divenuto via via meno pedagogico, nel senso di voler far cambiare atteggiamenti e comportamenti, e più psicologico, nel senso di voler prima di tutto aiutare a dare significati ai propri modi di essere e di pensare. Da una parte cerchiamo di dare spazio e senso alle paure, preoccupazioni, desideri e difese di ognuno su questo argomento, proprio perché non le abbiamo rimosse noi per primi, dall'altra cerchiamo di sostenere anche i ragazzi omosessuali ad assumere la loro identità, distinguendo l'identità di genere dall'orientamento sessuale, che diventa appunto uno degli aspetti della persona. Ogni persona eterosessuale o omosessuale che sia, deve compiere per crescere un percorso interiore assai complesso e faticoso. Per i maschi, come abbiamo visto, può darsi che il processo di identificazione nel ruolo maschile possa in certi momenti portare a prendere in modo molto difensivo le distanze da chi è vissuto come non uomo. Per chi si riconosce omosessuale si tratta poi di fare i conti con maggiori complessità determinate da senso di colpa, vergogna, paura di essere preso in giro, necessità di isolarsi, di nascondersi, di difendersi, a volte esibendosi provocatoriamente, come reazione ad una società poco accettante le diversità.

Le reazioni e le risposte dei ragazzi si sono modificate nel tempo di pari passo, ci pare, al nostro cambiamento.

Riteniamo significativo ad esempio che invece di discussioni troppo "corrette" o troppo "oppositive" tra noi e loro, possa uscire da una classe delle superiori , su richiesta di formulare un interrogativo difficile sulla sessualità che non si è mai osato esprimere, un bigliettino che dice: "Perché esistono ancora gli stereotipi sull'omosessualità?" Forse è importante che esca questa sorta di "grido di dolore", espresso anonimamente e tutelato in ogni caso dal nostro dire che questa domanda potrebbe essere in ognuno di noi anche a proposito di altre nostre caratteristiche sentite come diverse. E' importante che  permetta un confronto e varie riflessioni che lo tengano in vita, piuttosto che un'unica risposta che lo faccia tacere sia pure in modo rassicurante. E' un buon segno anche un lapsus di uno di noi che, parlando di "coppia normale, cioè un ragazzo e una ragazza", si sente cosi' libero da spiegare ai ragazzi la sua frase come dettata da una possibile ambivalenza, con cui ognuno deve presumibilmente fare i conti, perché comunque impregnato di pregiudizi personali, sociali, culturali.

Man mano che anche dentro di noi è cresciuto lo spazio di accoglienza per la complessità del problema, man mano che ci siamo sentiti più attori e non soltanto registi, abbiamo potuto proporre anche ai docenti un percorso che parte dall'accettazione della difficoltà di parlare di questo tema con se stessi, tra loro e quindi anche con i ragazzi. Abbiamo potuto ad esempio chiedere loro di esprimere su un foglietto individuale e anonimo: "Che cosa mi è facile e che cosa mi è difficile accettare dell'omosessualità", autorizzando quindi l'espressione da parte di tutti non solo del loro dover essere, ma anche delle loro paure, preoccupazioni, dei loro pregiudizi.

 

SE UN TUO AMICO TI DICESSE...

 

Il nostro cammino ci ha dunque portato da posizioni lontane e visioni semplificate a maggiore vicinanza e complessità, da registi e dispensatori di un "corretto" sapere ad attori emotivamente più coinvolti. Anche i ragazzi hanno di pari passo compiuto un percorso "emozionale", che va da una certa distanza emotiva a una maggiore vicinanza, coinvolgimento e identificazione personale. Dalle loro risposte al questionario Vero/falso, che in un primo tempo molti di noi hanno privilegiato come strumento interattivo, emerge un'immagine di separatezza tra etero ed omosessualità che il 62%  definisce due mondi del tutto diversi. Per oltre l'80% poi, il coito anale è la pratica più diffusa tra gli omosessuali, il che fa pensare a un'associazione con la penetrazione e quindi  a un riferirsi soprattutto all'omosessualità maschile, che forse appunto è la più visibile, la più dicibile. Quando invece abbiamo chiesto ai ragazzi: "C'è una scatola con su scritto "omosessualità"- Cosa ci metteresti dentro?", i pensieri più ricorrenti alludono ai concetti di scelta e di percorso individuale, rispetto a cui raramente rimangono neutrali: spesso prendono posizioni, esprimono emozioni, cercano motivazioni. Alcuni segnalano che è un percorso di minoranza: "Il ritrovamento di una identità soggettiva, che non rispecchia i pensieri della maggioranza e che quindi viene guardata con diffidenza..." Per molti è una scelta non condivisibile, incomprensibile: "non posso immaginare cosa ci sia dentro, io non l'aprirei". Per altri una distorsione, una deviazione da correggere, una scelta contro natura che ha in sé il limite della non fertilità: "Uno squilibrio tra corpo e spirito" - "Una cosa che non ho mai concepito; vorrei avere un incontro per fargli capire quanto è bello il sesso opposto al suo". Per altri ancora è l'espressione di un malessere psicologico: "E' una scelta di chi ha rapporti difficili con gli altri, di chi ha avuto infanzia e adolescenza difficili" - "E' una scelta che uno fa per compensare le sue esigenze" D'altra parte la versione più moderna del concetto di "malattia" o deprivazione è ancora molto in uso anche tra alcune scuole di pensiero psicologiche e psichiatriche!

Infine per alcuni: "è uno scambio d'amore", "un modo nuovo di provare emozioni", "un modo per soddisfare le proprie fantasie".

Quando abbiamo potuto permetterci di fare richieste più coinvolgenti, che portano a una maggiore identificazione da parte dei ragazzi, come quella di scrivere una storiella avente come protagonista una persona omosessuale, o quella di esprimere ciò che si proverebbe se un amico confidasse la propria omosessualità, le risposte sono state più ricche, intense, articolate, permettendo, di conseguenza uno scambio più profondo.

"Giovanni, resosi conto del suo sentimento verso Sergio cerca inizialmente di combatterlo, pensando sia un grave problema, poi si arrende alla passione e comincia una felice storia d'amore".

"A Michele un uomo, all'uscita dalla discoteca, fa una proposta; lui prima rifiuta, poi cede e capisce di provare un immenso piacere; capisce così per caso la sua vera natura".

"Maurizio a 27 anni, accetta la sua omosessualità quando si rende conto di non poter più andare contro alle sue stesse esigenze". Quando la storia isola i protagonisti dal resto del mondo ed è focalizzata solo su di loro, è una storia di scoperta, che sorprende, può far paura e all'inizio si cerca anche di combatterla. Superato lo shock iniziale, apre però una nuova consapevolezza che può portare a un incontro di forte piacere, passione , felicità, anche se spesso implica fatica, elaborazione in un tempo non sempre breve. Emerge finalmente anche il femminile: "In una crociera due donne (stilista e modella) capiscono di avere molte cose in comune, si frequentano e una sera dopo aver cenato insieme, trovano il coraggio di dichiarare i propri sentimenti e le proprie passioni".

A volte la paura può produrre una vera e propria fuga: "Un giorno Alfonso, seduto in tram è attratto da un ragazzo dall'aspetto impaurito. I due iniziano a parlare, Alfonso stupito dalle sensazioni che gli suscita il ragazzo d'impulso scappa e scende dal tram".

L'accettazione personale passa spesso da un percorso di isolamento reale, come se solo la lontananza oggettiva, la liberazione da legami e vincoli quotidiani, da pressioni e condizionamenti esterni, potessero permettere all'individuo di capire sé e i propri desideri.

"...decise di scappare in Olanda e di provare in assoluta libertà e anonimato un'esperienza sessuale con un uomo...tornò in Italia col compagno e decise di rivelare a tutti la loro natura".

"scoperto che l'uomo non può procurarle ciò che lei desidera e che prova sensazioni piacevoli e soddisfacenti con persone dello stesso sesso, ne rimane sconvolta... oppressa decide di lasciare il suo ambiente, andare in città... dove trova amici che la aiutano".

Quando compare l'ambiente esterno, questo pesa, denigra, isola, emargina. L'impatto con la società fa soffrire e spinge a mantenere il segreto. Se si viene scoperti si subiscono pene a volte molto gravi. Può essere necessario espiare la propria colpa con azioni sacrificali per poter recuperare una sicurezza che consenta di ignorare le opinioni altrui.

"G, scoperta omosessuale, viene emarginata da tutto il paese: esternare i veri sentimenti spesso significa soffrire... due anni dopo muore di cancro".

"Omosessuale per non essere esonerato dalla società cerca di aiutare gli altri prestandogli soccorso".

"Max cerca di tenere nascoste le sue tendenze omosessuali, scoperto con un collega mentre praticano atti di libidine in bagno, vengono sospesi dal lavoro. Sentendosi umiliato e abbandonato da tutti tenta ripetutamente il suicidio. Lentamente riesce ad accettare la sua situazione e riallaccia i rapporti".

Il segreto deve rimanere tale anche tra le mura domestiche:

"Sasà riceve una telefonata, la madre risponde: "E' Mary". Sasà corre ansioso al telefono. "Mary come va?" "Tutto bene, tua madre sta ascoltando?" "No, tranquillo MARIO, se ne è andata!".

Quanto alle motivazioni, il desiderio di vicinanza con le persone dello stesso sesso nasce spesso da rapporti insoddisfacenti e non appaganti con mogli, mariti, partner. A volte è un rifugio in seguito a violenze subite da parte di adulti in età infantile. Gli ambienti presenti nelle storie sono molto spesso moda, televisione, pubblicità e i lavori sono truccatore, fotomodello, ballerino, architetto, secondo i più comuni stereotipi. Spesso si narra di forti passioni, possessività, violenza. "Innamorato di un ragazzo più giovane, non viene corrisposto: l'altro è innamorato di una ragazza; allora violenta la ragazza perché invidioso dei due e sapendo di non poter avere nemmeno lui, lo uccide".

Comunemente la situazione in cui tra amici ci si confida un segreto avvicina molto, nasce intimità, intensità emotiva, profondità. Tuttavia la comunicazione di questo tipo di segreto sembra in un primo momento sortire l'effetto opposto. Suscita emozioni troppo forti di imbarazzo, disagio, dispiacere, incomprensione, senso di tradimento. Anche perché gli amici di un omosessuale sono soggetti a critiche, secondo la legge che si è simile a chi si frequenta.

"Fabio e Marco sono cresciuti insieme. In adolescenza Fabio scopre di essere omosessuale; i due continuano a frequentarsi, ma nel loro gruppo di amici molti ritengono che anche Marco sia omosessuale..."

Spesso si tende ad allontanarsi dall'amico oppure si mette in atto un atteggiamento di cura: "lo convincerei a cambiare", anche se non mancano esempi di curiosità e di accettazione.

 

NE' GHETTO NE' PARADISO

 

Comunicare ai ragazzi che ogni percorso di identità comporta solitudine, difficoltà, frustrazione e confronto con il limite, poiché ognuno è unico e irripetibile perciò diverso, ci sembra importante, ma ci sembra anche di dover esplicitare che relazioni omosessuali, che riguardano una minoranza di persone, comportano intrinsecamente un confronto con una diversità rispetto a una cultura secolare e a degli stereotipi ancora molto radicati, magari anche a partire da un'età in cui non sentirsi per qualche verso come gli altri è di solito piuttosto traumatico.

I ragazzi stessi, come abbiamo tentato di raccontare - ed è stato importante per noi ripercorrere queste tappe -, ci hanno insegnato a restituire al problema il suo spessore, senza banalizzarlo nè drammatizzarlo. Anche nella società più tollerante resterà probabilmente per l'omosessuale la difficoltà di accettare se stesso. La libertà interiore non si chiede agli altri, ma si cerca a volte anche in solitudine. Ci pare questo un messaggio valido per tutti, per educare appunto ciascuno a se stesso. Un messaggio di sostegno alla crescita di ragazzi sia eterosessuali che eventualmente omosessuali.

Pensiamo infatti che questi ultimi siano in particolare da sostenere nel loro percorso costituito da diversi momenti: il dubbio, lo smarrimento, il riconoscimento, l'eventuale orgogliosa esibizione e il necessario ridimensionamento del proprio orientamento sessuale, come uno degli aspetti della propria personalità, così come qualcuno di noi ha potuto cogliere, incontrandoli individualmente in altri contesti, quali ad esempio gli sportelli nelle scuole superiori o l'ambito clinico.

Ma non somiglia questo anche al percorso del nostro gruppo? Non siamo anche noi passati dal dubbio, a una certa esibizione delle nostre raggiunte certezze, faticosamente conquistate, a un loro ridimensionamento? Queste ed altre revisioni del nostro lavoro nella stessa direzione ci hanno allontanati dagli slogan rassicuranti, che ci avevano portato a prendere un po' le distanze dalla realtà e quindi anche dai ragazzi, inaridendo a volte un dialogo ed un incontro emotivo da noi tanto auspicato.

La nostra crisi e quindi il nostro cambiamento, che continua a cercare vie concrete e praticabili, ci sembra sia possibile grazie allo spazio mentale di gruppo ed all'apporto di una supervisione costante, che accoglie e dà significato alle esperienze che ognuno di noi compie nelle classi. Il gruppo, eterogeneo per identità' professionale, formazione, esperienza lavorativa, sesso, personalità e anche nazionalità, è divenuto, non senza fatica, capace di accettare i nostri dubbi e i nostri disagi, nati e sofferti nell'incontro con opinioni, reazioni, valutazioni dei ragazzi, anche di elaborare nuovi pensieri. Ci sembra di essere costantemente in un percorso, non sempre agevole, di "educazione alla diversità" e quindi a noi stessi.

 

 

 

* MARIA I. ARCADU, ostetrica, Consultorio Familiare, ASL Città di Milano (ex Ussl 41)

TIZIANA BREGOZZO, ginecologa, consulente ASL Milano

CLAUDIA BRUNI, psicologa, consulente Progetti Preventivi, ASL Milano

ANNA FANTINI, ginecologa, consulente ASL Milano

MARISA LANZI, responsabile Progetti Preventivi, ASL Milano

ANNA M. PATERNUOSTO, psico-sessuologa, consulente ASL Milano

WILMA SERRA, psicologa, S. I. M. E. E. ASL Milano


 

 

 

FRANCESCO PIVETTA*

 

ESSERE SE STESSI, ESSERE DIVERSI.

ESPERIENZA DELL'EDUCAZIONE ALLE DIFFERENZE

 

 

 

«Nella sessualità di un uomo ci sono le tracce del suo modo di essere al mondo.»

(U. Galimberti, Il corpo, 1983).

 

 

 

Quando tra gli adolescenti delle scuole superiori viene avviato un progetto di educazione alle diversità e alle differenze sono interessanti alcune loro reazioni 'in itinere':

1) 'E' vero, dobbiamo convivere con loro (extracomunitari, omosessuali, zingari)  che sono diversi da noi'.

Anche quando risulta efficace il riconoscimento e la comprensione di una diversità, appare immediato l'arroccamento, dietro ad una  tolleranza di maniera, di un 'noi' collettivo che l'adolescente sente di poter utilizzare. Una specie di pluralis majestatis che utilizza solo in questi casi: per farsi forte di una identità che da individuale diventa collettiva. Una specie di  ancoraggio ad una norma conosciuta solo pregiudizialmente ma capace di dargli identità di gruppo. E' appartenenza alla squadra sportiva del cuore, ad una abitudine recentemente consolidata di riconoscersi in un microgruppo di classe che con il 'noi', contrapposto al 'loro', rinforza un'identità ancora incerta ma proprio per questo provvisoriamente definitoria.

2) 'Guardi che io non sono razzista, non ce l'ho con gli extracomunitari, gli zingari, gli omosessuali, i sieropositivi...., però loro...».

L'uso del 'però' è caratteristico dell'età adolescenziale. Con l'avversativa viene di fatto negata l'affermazione positiva appena pronunciata per spostare il discorso sui mille soprusi sopportati o anche solo immaginati  da parte di una qualche minoranza alla quale si attribuiscono comportamenti fuori norma e, per definizione, riprovevoli o pericolosi. In genere, dal dibattito che segue affermazioni di questo tipo, 'il diverso' in questione non è una persona ma diventa una categoria. Sono loro. Così come è facile trascendere in massimalismi del tipo 'gli inglesi sono matti. Io ne ho conosciuto uno, l'estate scorsa che...'. L'esperienza parziale e momentanea viene assurta ad esperienza paradigmatica di conoscenza. L'interesse nel corso del dibattito si sposta quindi su esperienze individuali attorno a cui si polarizza  la discussione e l'interesse del gruppo di adolescenti interessato.

3) 'E' giusto  che tutti vivano la loro vita, ma se tutti fossero omosessuali sarebbe ingiusto privare la specie umana di una continuità...'

Il senso del giusto e dell'ingiusto è fortissimo nell'adolescente in formazione. I parametri etici sono percepiti come necessità di riordino di regole collettive che debbono però fare i conti con i bisogni immediati del singolo individuo. La necessità di ricorrere ad assi binari perfetti (buono/cattivo, normale/anormale, naturale/culturale) apparentemente non lascia spazio ad un dibattito più articolato che diventa , inevitabilmente, verboso e concettuoso. Il rischio di un intervento in merito può essere: a) di ridefinizione di una nuova norma, buona per l'adulto ma non per l'adolescente.

b) di proliferazione di concetti scarsamente comprensibili per l'adolescente e quindi schiaccianti e poco efficaci.

c) di una discussione che per corretta che possa apparire giunge a definizioni etiche che riaffermano  regole collettive contro il complesso universo cognitivo e riflessivo della persona che usa a proprio buon fine elasticità mentali e morali insospettate, anche attraverso obiezioni artificiose.

 

Ricordiamo che la scuola italiana, non certo nei casi peggiori, ricorre all'affermazione di principi etici di stampo illuministico, attestandosi sull'affermazione che essendo tutti i cittadini uguali di fronte alla legge, è necessario corrispondere alle aspettative delle norme convenzionali del gruppo, a costo di scadere, a volte, nell'ipocrisia istituzionale o nella prepotenza intellettuale dell'adulto nei confronti dell'adolescente. Il tutto restringe il rapporto docente - studente ad un contratto formale che elude gli elementi di conflittualità e di contraddizione, ricchezza di un processo educativo che punti in ogni offerta formativa:

a) a collegare lo sviluppo cognitivo alla relazione emozionale/affettiva.

b) a dispiegare un percorso di conoscenza dell'identità del giovane attraverso la consapevolezza del processo intimo di scissioni interne (l'identità è ciò che si costituisce per divisione, un momento costitutivo di sovradeterminazione, di fronte al quale gli educatori sono spesso ciechi).

c) a puntare sulle risorse dell'adolescente che troppo spesso vengono dimenticate (e, a volte, neppure ricercate) su cui far leva per la comprensione di un passaggio emotivo, ma anche logico e razionale, che non rinnega il patrimonio delle esperienze già compiute, ma le valorizza ed esalta.

 

L'educazione alle diversità passa attraverso l'educazione ai sentimenti e all'affettività. Qui è la base d'ogni discorso d'educazione al benessere, alla salute, alla sessualità. Ricordiamo che il Ministero parla di trasversalità di questa educazione, compito  affidato agli insegnanti tutti.

Il problema, piuttosto è come educare al 'siamo tutti uguali, siamo tutti diversi'.

 

Per poter affrontare adeguatamente il tema dell'educazione  alle diversità sessuali tra i giovani in età scolare è necessario  fare riferimento al DPR 309 del 9/10/90 (articoli 104, 105, 106) e alle Circolari Ministeriali della Pubblica  Istruzione N° 362 del 22/12/92; N° 120 del 9/4/94 e N° 653 del 23/9/96 (che contiene la direttiva n° 600) in cui sono sinteticamente indicate le seguenti finalità:

1) Rimozione degli ostacoli

2) Contenimento della dispersione scolastica

3) Promozione del successo formativo

4) Miglioramento della qualità dell'offerta formativa

5) Rimotivazione dei giovani nello studio.

 

Apertura all'educazione alla cura di sé e al benessere dei giovani  offre la circolare Ministeriale 362/92 laddove esplicitamente afferma che «... L'impegno ... che la scuola deve affrontare... implica la necessità di lavorare non solo con i contenuti disciplinari e con le didattiche specifiche, ma anche con i processi, con le relazioni, con i significati, con le motivazioni da cui dipendono il successo o l'insuccesso scolastico...»

In sostanza viene dichiarato che l'apprendimento è una funzione cognitivo - affettiva che non può prescindere:

1) dall'attenzione sulla dimensione affettiva del processo di insegnamento - apprendimento.

2) dall'attenzione sulla particolare sensibilità nelle fasi di passaggio.

3) dalla centratura sui processi generati dall'incontro scuola/studente.

 

Nel più recente 'Piano per gli interventi di Educazione alla Salute e Prevenzione delle Tossicodipendenze' che il Ministero della Pubblica Istruzione ha inviato nel mese di febbraio alle scuole come piano di riferimento per i progetti che verranno formulati nel prossimo anno scolastico 1998/99, la premessa ricorda che gli interventi devono essere finalizzati 'alla crescita della persona, alla valorizzazione delle differenze di ogni tipo'.

In dettaglio il piano ministeriale afferma che 'anche nell'ambito dell'assunzione dell'identità sessuale e dell'accettazione del proprio corpo si vanno strutturando nuove disfunzioni e disturbi  non facilmente inquadrabili tra le forme psicopatologiche classiche che spesso si incontrano nella storia che ha preceduto e accompagnato l'impiego delle sostanze e la dipendenza: il vuoto lasciato dalla scomparsa dei modelli di sessualità connessa con i ruoli sociali non è stato colmato da una nuova e stabile concezione riguardo alla virilità e alla femminilità, in un ambito sempre più esteso la sessualità e la genitalità sono percepite ed agite senza connessione con aspetti affettivo-emotivi e progettuali. Per tali motivi  il Piano sostiene che 'molti giovani stentano ad abbandonare la rassicurante visione del mondo tipica dell'infanzia, egocentrica e priva di confronto con l' «alterità», rimandando il confronto con l'accettazione degli altri e di sé, in quanto entità distinte. Ci troviamo dunque di fronte ad adolescenti soli, perduti in un deserto emozionale'.

Molto ci sarebbe da dire in merito a tale Piano: spesso i problemi adolescenziali vengono ridotti a sintomi; c'è un chiaro tentativo di ripristinare 'stabilità' sessuali; gli adulti, in qualche maniera dovrebbero riproporre modelli forti che essi stessi non conoscono o attorno ai quali è in corso un vasto dibattito; viene lasciato a genitori e studenti l'identificazione di progetti specifici laddove  'un caso' è già emerso senza pensare ad un lavoro di educazione preventiva; si invitano i docenti a favorire comportamenti corretti (quali?, per chi?) e socievoli.

Resta il fatto, positivo, che all'interno del Piano ministeriale, c'è uno spazio chiaro d'intervento soprattutto laddove si parla di ambiti prioritari d'intervento. Il primo di tali ambiti è, per l'appunto, l'educazione all'affettività ed  alla sessualità.

 

Al Ministero della Pubblica Istruzione va ricordato che laddove esistono marginalità o emarginazioni in atto, pregiudizi e  non detti, compare il malessere. Da qui la necessità di proporre al Ministero l'iniziativa di una Circolare esplicativa, che sensibilizzi il personale insegnante delle scuole italiane sui problemi relativi al tema delle diversità  nella scuola e favorisca la rimozione del disagio esistente in tutte quelle situazioni in cui specificità razziali, religiose, culturali e sessuali divengono ostacoli al pieno raggiungimento degli obbiettivi d'ogni processo formativo ed educativo.

 

A proposito dell'omosessualità - uno dei terreni su cui si dovrebbe dispiegare l'educazione alle diversità e specifico tema dell'odierno convegno -  ricordiamo che  nel nostro paese, oggi, essa  è problema e diviene disagio per quanti la vivono, in un clima di assenza del valore positivo della originalità/ diversità per tutti.

A proposito delle problematiche relative ai minori omosessuali emerse in alcune scuole, in alcuni centri di medicina scolastica dove sono stati messi a punto dei centri d'ascolto, in alcuni centri gay e lesbici di counselling, ricordiamo in sintesi:

1) Che le famiglie non sono preparate, non esiste nessuna educazione per i genitori al fine di metterli sull'avviso che il/la loro figlio/a potrebbe essere una persona omosessuale.

2) Che nessun genitore, d'altronde, né la stragrande maggioranza degli insegnanti  si aspetta che il figlio o l'allievo sia tale. In certo senso la persona omosessuale non è mai 'attesa' e viene educata dando per scontato un suo orientamento eterosessuale.

3) I gay e le lesbiche crescono in famiglie eterosessuali e in scuole fortemente condizionate dall'aspettativa eterosessuale che non offrono un modello relazionale e sessuale valido per la costruzione della propria identità sessuale.

4) Che spesso parlando di omosessualità si ragiona di una categoria astratta e si dimentica che la sessualità tra persone dello stesso genere di appartenenza è  discriminante e  punto di non ritorno. L'adolescente omosessuale si sente uguale agli altri e nel contempo diverso. Diverso agli occhi del contesto culturale, sociale e spirituale, per cui si sente spinto ad interrogarsi sulla specificità del suo amare persone dello stesso sesso e a cercare strade per l'espressione di sé talvolta differenti dalle altre più consuetudinarie e più accettate.

5) Che l'adolescente  si sente nuovo e inaspettato al mondo. Accolto in uno spazio pregiudizialmente già recintato. Genitori, insegnanti ed operatori che lo intercettano spesso  applicano su di lui numerosi 'bias', cioè false interpretazioni che gli rendono difficoltosa l'appropriazione di una identità (esempio di reazione denunciata da molti adolescenti omosessuali in famiglia, dallo psicologo, a scuola: 'E' un fatto momentaneo. Non hai ancora conosciuto la persona giusta. Succede alla tua età, crescendo il sintomo passerà').

6) Che esiste sempre uno scarto temporale nell'adolescente tra la scoperta dei  propri desideri omoerotici e l'agnizione della propria identità.

7) Che l'adolescente omosessuale deve valutare  l'identità negativa fornita dalla società e dalla cultura in cui vive per poterla trasformare in coscienza positiva.

8) Che esistono non una ma molte strategie utilizzate dall'adolescente omosessuale per evadere lo stigma sociale, morale e culturale che viene associato all'omosessualità.

9) Che  è probabile che prima o dopo l'adolescente omosessuale qualora sia rinforzato  nella presa di coscienza della propria identità senta il bisogno di svelarsi pubblicamente.

10) Che contestualmente al suo esperire l'adolescente omosessuale indagherà apertamente o anche solo interiormente sui temi connessi a identità, genere, sessualità alla ricerca di punti di riferimento, guadi, obiettivi che meglio lo esprimano.

11) A scuola il tema dell'omosessualità è un tabù: programmi e testi scolastici ripropongono un solo modello normativo, quello eterosessuale, e non vengono neanche ipotizzate altre possibilità d'orientamento sessuale. Tutto ciò che nella storia, nella letteratura e nelle altre discipline potrebbe anche solo fare riferimento all'omosessualità intesa positivamente, viene censurato. In questo modo si elimina qualsiasi possibilità per il minore omosessuale  di individuare dei modelli positivi di sé. Persino l' «omocausto» - un milione di persone deportate nei lager nazisti perché omosessuali - non viene riportato  (escluso il manuale di Storia del Finzi) nei testi scolastici.

 

Educare alle diversità: che fare a questo punto?

 

1) Offrire punti di riferimento possibili per i minori omosessuali. Per fare questo la scuola dovrebbe aprirsi alla comunità gay e lesbica onde favorire una conoscenza reciproca e un raccordo tra mondo della scuola, esperti che intervengono sui minori (medici scolastici, centri giovani, psicologi ecc.) e comunità gay e lesbica. Tale comunità, è utile ricordarlo, svolge un ruolo importante soprattutto nell'adolescenza perché permette al giovane di uscire dall'isolamento e di condividere con altri emozioni e  sentimenti.

2) Preparare adeguatamente il personale insegnante a tale tipo di educazione attraverso:

- l'emanazione di apposite circolari ministeriali che illustrino l'argomento educativo di cui sopra;

- l'organizzazione di specifici corsi di aggiornamento sul tema dell'identità sessuale e dell'educazione alla differenza e alle diversità rivolti al personale docente;

- l'attivazione tramite IRRSAE di corsi d'aggiornamento e di formazione sulle tematiche relative al più ampio tema delle diversità (anche religiose, etniche, non solo sessuali);

- l'avvio di laboratori rivolti ad insegnanti e associazioni che operano nel settore per produrre elaborazioni collettive sui temi collegati all'identità e alle diversità;

- la modificazione dei programmi e dei testi scolastici al fine di fornire informazioni corrette circa l'omosessualità; di reintegrare tutto ciò che, perché attinente all'omosessualità, è stato censurato o stravolto; offrire più modelli di riferimento compresi modelli positivi di omosessualità.

 

Qualunque tipo di intervento in merito dovrebbe offrire:

- Informazioni corrette;

- Strumenti pedagogici e culturali per rapportarsi alle differenze e alle diversità;

- Momenti di confronto con persone direttamente interessate.

 

Un esempio di intervento in una scuola media superiore genovese:

L'intervento viene concepito nel 1994  all'interno dell'educazione alla salute, relativamente alla prevenzione dell'Hiv/Aids e della tossicodipendenza.

Dopo anni di interventi informativi e conferenze sull'argomento s'incomincia a percepire che è  insufficiente proseguire su quella strada, in quanto i comportamenti a rischio sono solo apparentemente  soppressi. Gli adolescenti dimostrano di essere sufficientemente informati ma emerge che nella sostanza  tali comportamenti continuano ad esistere e si manifestano in percorsi fino ad allora insospettati attraverso l'elaborazione di un questionario formulato dagli studenti stessi e rivolto a tutti gli studenti di quella scuola.

Insegnanti e medici scolastici decidono di spostare il discorso sulla prevenzione e lavorano sull'educazione alla sessualità e alle relazioni.

Le classi si dimostrano più disponibili al dialogo e gli studenti sono più interessati ad approfondire gli argomenti proposti. Si decide di aprire una specie di casella postale anonima. Si imbucano i più disparati quesiti  indicando la classe di provenienza. Ad essi verrà data risposta collettiva in un incontro tra la classe e l'eventuale esperto che verrà identificato come tale dagli insegnanti referenti alla salute e dai medici scolastici (Sert, Asl, Università, volontariato).

Il lavoro dà buoni frutti. Gli operatori, che intervengono anche in altre scuole, questa volta elementari, allargano l'esperienza raccogliendo vari quesiti di bambini delle quinte classi. Si propone alle maestre e ai bambini di ricevere risposta ai quesiti dagli adolescenti della quinta superiore dell'istituto in cui si opera. La proposta piace ai bambini e agli adolescenti.

Si lavora sulle domande dei bambini per qualche mese, cercando di trovare risposte adeguate e congrue attraverso un dibattito con i maturandi. Per gli adolescenti appare divertente ma anche difficile trovare risposte efficaci ai quesiti dei bimbi. Paradossalmente i bambini chiedono informazioni ed opinioni su temi disparati (solitudine, amore, maturazione sessuale, droghe, omosessualità....).

I maturandi sono obbligati ad interrogarsi su come mai i bimbi, in maniera molto genuina, si chiedano cose su cui essi stessi, qualche anno prima s'interrogavano. Quesiti e dubbi a cui non hanno ancora trovato risposte proprio loro che si sentono più grandi e capaci.

Il lavoro che procede con scadenza settimanale impone agli adolescenti il compito di cercare risposte  a quelle domande a cui essi stessi non sanno rispondere pur essendo quesiti apparentemente facili ed infantili.

Quando a qualche tema si trova risposta, gli adolescenti provano con gli operatori le risposte da dare. Partono dalle loro specifiche esperienze, le elaborano, s'interrogano su quando erano più piccoli e si correggono reciprocamente se la risposta appare troppo concettuosa o poco chiara.

Quando si sentono pronti, in gruppetti di tre vanno all'incontro con maestre e bambini sorretti dal medico scolastico che li ha seguiti nella loro preparazione.

Nel 1996 si decide di allargare l'esperimento all'intera scuola superiore. Si sceglie di preparare un corso verticale del triennio per dare risposte agli adolescenti del biennio. Le modalità sono analoghe a quelle precedentemente descritte. La comunicazione tra 'pari' sembra funzionare. Gli scambi di informazione tra adolescenti appaiono più efficaci che  tra adulti ed adolescenti.

Nel 1997 si decide di continuare approfondendo le tematiche sulla comunicazione. Si lavora all'interno dell'orario curricolare d'insegnamento sulle forme e sugli strumenti della comunicazione. Gli esercizi sono relativi alle finalità sopraestoste.

L'argomento omosessualità viene sviluppato in maniera analoga. Le domande dei bambini delle elementari (due bimbe dichiarano di sentirsi lesbiche e vorrebbero ricevere adeguate informazioni sul tema) vengono passate al vaglio e si danno agli adolescenti informazioni semplici e chiare su cos'è l'orientamento sessuale, che cosa l'OMS dice dell'omosessualità ecc.

A questo punto si visiona il film 'Philadelphia' e si discute sulla discriminazione  nei confronti delle persone sieropositive ed omosessuali. All'inizio l'argomento viene affrontato con aria di sufficienza. Ma il tema che imbriglia davvero la discussione collettiva è l'amore. Esso pare il trait d'union tra il sentire eterosessuale e quello omosessuale. Alcuni elaborati scritti individuali indicano che sotto la superficie la conoscenza in materia è più vasta e coinvolgente ('Anch'io ho due amiche così e le ho viste soffrire...' 'Se mio padre sapesse che sono omosessuale mi ammazzerebbe...' 'Nel mio paese esiste un ragazzo omosessuale di cui sono diventato amico...'). Si lavora sui sentimenti e sulle relazioni lasciando uno spazio privilegiato alle esperienze e alle opinioni di qualsivoglia natura. Privilegiando l'attivismo pedagogico, il dibattito in classe si fa acceso ma stempera anche  conflittualità e pregiudizi.

A fine percorso si controlla il risultato: sull'omosessualità sono cessati i risolini, le battute feroci spariscono, il compagno di classe che veniva beffeggiato per un suo rapporto d'amicizia con un ragazzo gay più giovane e dichiarato cessa d'essere un bersaglio.

La scommessa?  Che un lavoro del genere favorisca uno scambio di informazioni tra pari meno rozzo. Che la comunicazione tra coetanei continui anche in luoghi esterni alla scuola. Che la crescita comunicativa possa funzionare nel rispetto delle diverse età e nel riconoscimento dei bisogni altri, non necessariamente identici ai propri ma comprensibili attraverso il gioco delle analogie.

 

* DOCENTE ISTITUTI SUPERIORI GENOVA


 

 

 

PAOLA DALL'ORTO

 

LA FAMIGLIA NELL'ESPERIENZA DELLA PERSONA OMOSESSUALE

 

 

 

Il mio intervento è legato al vissuto della famiglia, quella famiglia in particolare che ha conosciuto o scoperto l'omosessualità della propria figlia/o.

Tramite l'A.GE.D.O., associazione che riunisce genitori che hanno figlie/i omosessuali, si sono potute raccogliere le voci, le impressioni, le reazioni di tutta la famiglia in un contesto ancora molto difficile da vivere. E' assolutamente nuova in Italia, ma le sue gemelle contano molti iscritti in altri paesi come l'Inghilterra, la Francia, la Germania, l'Olanda e così via, per non parlare dell'enorme rete americana; insieme, come i genitori degli altri stati, siamo riusciti ad uscire da questa situazione di dolore, vergogna, smarrimento e  solitudine pur con grande fatica e con grande dispendio di forze, aiutati solo dall'amore verso i nostri figli.

In seguito le richieste di  assistenza all'AGEDO anche da parte dei figli, sicuri di poter parlare e soprattutto di essere compresi, sono divenute frequentissime: i nostri ragazzi, nonostante si parli troppo di una famiglia ormai in via di estinzione, sono profondamente legati ad essa e desiderano poter vivere serenamente ed in armonia con tutti i suoi membri. Fra parentesi è proprio se esiste un conflitto generato dalla non accettazione della figlia o del figlio omosessuale che la famiglia si può sfasciare, oppure si può vivere in eterna tensione; e non viceversa, come  affermato da certi pseudo esperti.

Incontriamo l'omosessualità sia in famiglie malate, patologiche, sia in famiglie cosiddette perfette, in base ai canoni che comunemente si utilizzano per  giudicare una famiglia tradizionale.

Aiutando i genitori possiamo  così aiutare  indirettamente anche i nostri figli.

E' stato proprio in seguito a tali esperienze che noi genitori ci siamo resi conto di quanto fosse impellente affrontare finalmente l'argomento "omosessualità" non in termini dispregiativi, come comunemente avviene, ma  attraverso il coinvolgimento di chi vive personalmente questa esperienza, sia direttamente che indirettamente, come i genitori, gli psicologi, gli psichiatri , gli educatori in generale.

Infatti,  come  spesso succede che  in nome della donna parli l'uomo, così per la persona omosessuale quasi sempre parla lo studioso eterosessuale dissertando sull'eziologia del fenomeno e spesso con una inconsapevole , ma ben radicata mentalità omofoba.

Dico questo perché anch'io sono passata personalmente attraverso questa esperienza, avendo assimilato una concezione assolutamente radicale: l'omosessualità è negatività, é vizio, perversione, è criminalità in potenza: nessun termine positivo, nessun valore!

Proprio la relazione d'affetto con mio figlio, la stima che ho di lui, mi hanno permesso di incontrare la persona e quindi di rivisitare i contenuti ideologici sulla problematica omosessuale: con l'ottica della persona eterosessuale è veramente difficile riuscire a superare i vecchi pregiudizi che ritornano prepotenti, così come le stigmatizzazioni sociali e i condizionamenti culturali.

Inizialmente neanch'io riuscivo a staccarmi da quanto mi era stato inculcato dai miei educatori e, da sola, ho dovuto rielaborare le mie credenze. Erano infarcite di credo religiosi, di ingiunzioni sul cosa è assolutamente giusto o sbagliato, di direttive su quali comportamenti  siano  o no  peccaminosi. Non c'era spazio per la variabilità umana! Non si poteva sgarrare, pena l'inferno o l' ostracismo e l'emarginazione sociale!. I sensi di colpa creati dall'eventuale trasgressione  inchiodavano al non voler prendere visione della realtà, impedendoti di ragionare con la tua testa.

 

Parlo quindi  come madre che  ha vissuto in prima persona lunghi  periodi di angoscia   durante l'adolescenza del proprio figlio; angoscia sua per la confusione e il dolore di sentirsi  parte di una minoranza odiata e bistrattata e angoscia  di noi genitori che non vedevamo vie d'uscita per renderlo felice e soprattutto sicuro della propria identità, omosessuale o no, pronto ad accettarsi, con tutte le dolorose conseguenze di chi si dichiara tale al mondo.

Nessuno poteva aiutarmi, essendo noi tutti intrappolati in questo  contesto sociale: ecco perché è molto importante che ogni settore del sapere affronti tale problematica  ridiscutendo i vari  punti di vista delle singole scienze per arrivare alla condivisione di una prospettiva rispettosa di questa diversità.

Penso che questa sia la base di partenza per un   enorme cambiamento di mentalità nel  sociale, anche se,  immagino,  attuabile solo in un lunghissimo spazio di tempo .Ciò non toglie che bisogna iniziare da subito.

Chi educa gli educatori? Quali genitori sono preparati all'ipotesi di partorire una figlia o un figlio omosessuale e ad accoglierlo con lo stesso amore ed attenzione riservati  alla figlia o al figlio eterosessuale?

Tutti noi genitori, con nessuna eccezione, educhiamo i nostri figli in una prospettiva di eterosessualità esclusiva.

Onde evitare la confusione di generi e la temuta eventualità di un figlio omosessuale, si acquistano giochi tipicamente maschili per i bambini (come giochi di costruzioni, automobiline, giochi di guerra e di violenza) e giochi tipicamente femminili per le bambine, (come bambole, pentoline ecc.) Prevale l'eterna confusione per cui si crede  che i gay siano femmine  in un corpo maschile e che le lesbiche siano maschi in un corpo femminile!

Ci  troviamo evidentemente di fronte ad un vecchio stereotipo di società  che    viene difeso, nel tentativo di evitare ogni  evoluzione e ogni cambiamento, senza considerare che il cambiamento può essere positivo e costruttivo.

Se tutti noi, come genitori, fossimo più informati, se gli intellettuali, gli educatori, i media stessi ci aiutassero a capire e, di conseguenza, a rigettare  i nostri pregiudizi, indubbiamente si aprirebbe un ampio spiraglio di serenità sia per noi genitori  che per i nostri figli, ma anche per il resto della società  che avrebbe  meno paure.

Per un genitore la scoperta dell'omosessualità del proprio ragazzo/a è sempre un trauma, un'esperienza dolorosa anche per coloro che ritenevano di avere una mentalità aperta. Riusciamo ad essere aperti  solo quando si tratta degli altri !

L'omosessualità è uno spettro tanto lontano e che appartiene ad altri lidi, che non  potrà mai sfiorare proprio te, che hai cresciuto i figli al massimo del perbenismo, ligio ai correnti  valori etici.

Il cammino di dolore di noi genitori inizia col porci la domanda -cosa abbiamo fatto di male, dove abbiamo sbagliato nell'educarlo, quale vergogna dovremo e dovrà sopportare.

L'interesse è qui ancora tutto puntato su di sé, sulle proprie sofferenze e non su quelle della figlia/o che spesso sta ancora passando un periodo di grave depressione o per lo meno di grave confusione e di solitudine.

Il figlio sa di ferire, anche se involontariamente, ma vuole costruire un rapporto adulto, mostrandosi nella sua vulnerabilità.

Si passa poi ad una fase in cui letteralmente si annaspa nel buio, si cerca di capire e di avere informazioni, appellandosi ai vari esperti.

E' un atteggiamento più tipico delle madri che dei padri. Non dimenticherò però mai l'incontro con uno dei pochi padri che si sono rivolti all'AGEDO: venne con la moglie per essere aiutato: voleva capirlo, voleva  poter continuare il  dialogo  col figlio come lo aveva prima che questo peso gli opprimesse il cuore: voleva aiutarlo, seppur ignaro della realtà omosessuale. L'atteggiamento era severo, compìto, consapevole della difficoltà di accettare che il figlio, già venticinquenne, potesse uscire la sera a trovare il suo compagno: fosse stata una compagna non ci sarebbero stati problemi! Tutti i suoi atteggiamenti verso di lui si erano ribaltati! Eppure era lo stesso figlio di prima!

Non l'ho mai più sentito né incontrato, ma dopo due mesi mi telefona il figlio - che non conoscevo- per chiedermi perché il padre, morto recentemente di tumore, avesse nel portafoglio l'indirizzo dell'AGEDO.

Ho saputo poi che il meraviglioso gesto del padre di voler, prima di morire, essere in pace col figlio e dargli la sicurezza  del suo amore e della sua accettazione, gli ha trasmesso serenità, autostima e la forza di superare i propri disagi.

Non voglio fare esemplificazioni troppo pesanti e dolorose anche se la casistica è piuttosto ampia. Voglio solo ricordare le parole di una mamma che, seppur non subito, ha accettato il figlio, all'opposto del marito. Sono  parole che mi ha riferito durante un colloquio: "Ricordo - mi disse - 15, 20 giorni prima che si verificasse questo momento (cioè quello della "confessione" ), mio figlio mi veniva vicino spesso  e mi diceva di abbracciarlo, di stringerlo, di baciarlo e mi chiedeva se gli volevo bene, qualsiasi cosa avesse fatto. Io lì per lì, gli rispondevo che sì, gli volevo bene, ma non riuscivo a intuire dove volesse arrivare. Capii solo dopo, quando, mentre  eravamo a tavola,  stavano mandando in onda alla tv una manifestazione di omosessuali. Io intervenni dicendo che ognuno è libero di vivere la propria vita, per cui non mi davano alcun fastidio. Mio marito era contrariato, asseriva che non erano persone normali, che erano dei malati. Intervenne mio figlio, difendendo i gay. Io però, anche se non avevo nessun motivo per detestarli, gli dissi che se fosse stato così anche lui, mi avrebbe fatto morire: lui ci guardò e con grande sforzo, quasi piangendo, ci disse che anche lui era così. Ci fu un assoluto silenzio, il cibo mi si fermò in gola, mi girava la testa. Volevo scappare perché mi sentivo male. Anche mio marito rimase impietrito: chiese se stava scherzando o se questa era la verità. Nostro figlio confermò. In quel momento la nostra cena finì e cominciò un incubo. Lo tempestammo di domande chiedendogli da quanto tempo l'avesse capito. Ci disse che era da due, tre anni  che era tormentato, che si portava dentro questa angoscia , ma non aveva il coraggio di dircelo: Ha combattuto, ha sofferto da solo, è stato in conflitto con se stesso perché  non voleva crederci, non voleva ammettere di essere così. Ora ha 20 anni. Se lui ce l'avesse detto prima noi saremmo ricorsi allo psicologo o almeno avremmo trovato non so quale sistema per capire dove avevamo sbagliato noi, l'avremmo curato. "Mamma, mi disse, non capisci,  è un'attrazione che senti dentro, è un sentimento innato, non è una malattia, non é una cosa che cerchi o scegli tu" .Io mi sentivo di ghiaccio, vuota, insensibile, mi sembrava di vivere al di fuori della  realtà. Come avremmo potuto intuirlo, visto che non aveva  nessun comportamento effeminato?

Ci abbracciavamo mentre lui ci confermava  il suo affetto: lui era sempre il ragazzo di prima ed era diverso solo il suo modo di vivere la sua sessualità, ma per il resto  non  cambiava nulla".

Ho riportato queste testimonianze perché sono emblematiche del vissuto purtroppo sempre difficile, doloroso che tutta la famiglia, spesso compresi i fratelli e le sorelle, è costretta inutilmente a percorrere proprio a causa dei pregiudizi sociali, in un clima pesante di  confusione, di caos, di ruoli  scambiati.

Ancora oggi esiste questa violenza ed emarginazione, dato che l'omosessualità viene vissuta come un pericolo per la famiglia tradizionale che di fatto riflette la mentalità delle agenzie educative dominanti :oltre alla famiglia, le chiese, il gruppo politico, la scuola stessa.

I pregiudizi sono terribilmente radicati, sono frutto di una precedente educazione omofoba che non si riesce più a modificare  se non mettendo in discussione quelli che si reputano  i propri  valori etici di base.

Chi è forte della sicurezza di avere educato i propri figli nei corretti valori morali e sociali, non ammetterà che proprio sua figlia/o possano essere dei perversi.

In genere,  per ignoranza, gli omosessuali vengono identificati in  futuri molestatori di bambini, in  persone malate mentalmente e spesso anche fisicamente .Questa teoria viene spesso supportata  da molti medici di base che, considerando l'omosessualità una malattia almeno psicologica, prescrivono tranquillanti, nella speranza che tale terapia li "calmi" e li dirima: nella migliore delle ipotesi, nella non presunzione di saper "curare" tale malattia, li inviano  a psichiatri o a psicologi spesso assolutamente impreparati sulla questione.

Vengono anche scambiati per persone che pensano solo e sempre al sesso, destinate alla prostituzione o alla soddisfazione sessuale scissa dall'affettività e incapace di procreare e di amare.

La relazione con la figlia/o si sposta quindi su un piano diverso: non più il rapporto leale e di scambio affettivo, seppur turbolento, tipico del periodo adolescenziale, ma una relazione basata sulla disistima e il disprezzo.

Relazione che può portare anche all'allontanamento da casa (fatto che attualmente, nel  Nord Italia si è considerevolmente ridimensionato), o almeno al tentativo di cambiare, curare il ragazzo/a, consegnandolo in mano  a medici o a psichiatri che, come ho già detto, molto spesso prescrivono loro cure che li rendono  incapaci di reazioni di qualsiasi tipo (questo avviene soprattutto nel  Sud  d' Italia).

Accade, anche tuttora, che il figlio/a venga recluso in casa  (sorte destinata soprattutto a una figlia)  coll'intento di isolarlo  socialmente con un vero e proprio condizionamento psicologico reso possibile dai sensi di colpa suscitati.

 Una delle reazioni  più comuni in famiglia e fra le più subdole e violente, è il "non voler capire", il" non voler sapere o conoscere".

Non c'è dialogo, anche perché  le parole che corrono sono solo:" ma tu non lo sei, ti stai sbagliando, è solo una fase , a volte capita ad un adolescente, devi ancora crescere, è presto per dirlo, vedrai che sbagli, forse è bene che ti allontani dalle compagnie attuali....".

Per molti genitori c'è sempre la speranza di un "cambiamento", anche quando il figlio è più che trentenne. Tra gli altri, anche questi sono  modi per negare la sua identità.

E' questo uno dei momenti più difficili da superare, perché non permette né dialogo né discussione.

Il "negare"  la realtà  è un vero e proprio meccanismo che, in un primo momento, permette di "tirare un bel respiro" dopo la rivelazione della figlia/o. E' un meccanismo usato frequentemente da noi tutti quando la realtà diviene insopportabile. E' come un abbandono di coscienza, un lavar via quello che c'è di doloroso  nella nostra mente e nel nostro cuore.

Quasi anestetizzati si cerca una soluzione, una via d'uscita, anche se si sta ancora sovrapponendo l'immagine stereotipata sull'omosessualità con quella della figlia o del figlio. Ancora l'interesse è puntato su di sé, sulle proprie sofferenze e non sulla figlia o sul figlio che spesso sta passando un periodo di grave depressione o per lo meno di grande confusione.

Spesso, pensando di fare il loro bene, questi giovani vengono "protetti" dall'incontro coi  coetanei e con gli  adulti, nella convinzione che siano stati avviati all'omosessualità per "contagio diretto" con altre persone omosessuali (che magari la figlia/o non ha mai conosciuto).

Spesso si cerca di salvare l'ingenuità, la purezza della figlia/o , gettando la colpa sulla compagna/o, alludendo al presunto irretimento da parte di un altro omosessuale.

In questa situazione il mascheramento sociale della propria figlia/o è d'obbligo per la sopravvivenza in famiglia: non se ne parla più e tutto sembra correre liscio in un insieme di grande ipocrisia: sarà una vita falsa, difficoltosa, di sotterfugi,  a meno che i genitori non riescano  a riprendere visione della realtà.

Posso testimoniare che  il rifiuto dell'omosessualità è così grande che molti psicologi, psichiatri o (purtroppo solo rari) sacerdoti, interpellati  come persone di fiducia dalla famiglia, quando il consiglio dato è quello di accettare la propria figlia o il proprio figlio per quello che è,  vengono essi stessi considerati di parte, se non addirittura omosessuali.

I genitori non si rendono conto di lavorare contro il benessere della figlia o del figlio , anzi a scapito della loro serenità, della loro sicurezza e della stabilità delle loro relazioni affettive.

Purtroppo, sia pure in una realtà marginale e provinciale, alcuni ragazzi, non ancora autonomi finanziariamente ed affettivamente, non protetti e non capiti dalle proprie famiglie, possono cadere in una condizione di estrema disgregazione della propria autostima: possono non rendere più a scuola, abbandonarla,  giungendo all'estrema  soluzione  del suicidio che, in base ai dati di una ricerca ISPES,. sono percentualmente molto più elevati rispetto a quelli dei coetanei eterosessuali. Una statistica inglese parla del 20% di tentativi. In Italia si calcola che gli omosessuali sono sei milioni, ciò significa che in età adolescenziale  ci sono  un milione e duecentomila tentativi!

E' questo un periodo veramente critico, in cui tutte le sicurezze saltano in aria, in cui tutte le relazioni, anche con gli altri familiari, sembrano spezzarsi, in cui  la famiglia si isola anche socialmente, per paura e per  vergogna.

A  questo  periodo pesante e doloroso, può poi seguire quello che  definisco  "il sereno dopo la tempesta": resta però l'amara sensazione che tua figlia o tuo figlio avranno prospettive future di vita difficili e dolorose.

Si pensa, a volte con ragione,  che una persona omosessuale debba eternamente lottare nella vita  per far fronte agli eterni pregiudizi di cui sei stato vittima anche tu, come genitore.

Mi si dice che la battaglia che l'AGEDO sta conducendo contro questi pregiudizi è  ormai inutile perché  si considera superato il problema delle discriminazioni.

Non è affatto vero: l'accettazione dell'omosessualità  è ben lungi dall'essere stata realizzata e ne abbiamo una riprova attraverso i comportamenti di troppe famiglie che sono lo specchio  della società.

 

A riprova del fatto che l'omofobia, l'odio contro la persona omosessuale è soprattutto  un problema culturale che trasversalmente percorre quasi tutto il mondo, vorrei proporvi , abbreviata, la traduzione della lettera di una madre americana, Mary Griffith, il cui figlio ventenne si è suicidato perché non riusciva ad accettare la propria omosessualità: Mary G. ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare i giovani omosessuali e le loro famiglie a capirsi e a parlarsi, per evitare che una simile, assurda tragedia  possa ripetersi.

"A tutti i "Bob" e a tutte le "Jane " io dico queste parole, come se  tutti voi foste i miei preziosi bambini.

Per favore, non perdete la speranza nella vita, o in voi stessi. Voi siete speciali per me ed io sto lavorando per rendere migliore questa vita e farne un posto più sicuro, nel quale voi possiate vivere.

Io oggi credo fermamente che il suicidio di mio figlio Bob sia il risultato finale dell'omofobia e dell'ignoranza prevalente nella maggior parte delle Chiese, protestante e cattolica e, di conseguenza, nella nostra società, nelle nostre scuole, nelle nostre famiglie.

Bob non era un ubriacone, né faceva uso di droghe. Semplicemente  é successo che non riuscimmo ad accettarlo per quello che era: una persona gay.

Secondo la parola di Dio, come ci era stato insegnato a capirla, Bob doveva pentirsi o Dio lo avrebbe dannato all'inferno.

Ciecamente , ho accettato l'idea che fosse nella natura di Dio il tormentarci e l'intimidirci.

Il fatto che io abbia creduto a tale depravazione di Dio verso mio figlio o qualsiasi altro essere umano, mi ha causato molto rimorso e molta vergogna.

Che parodia dell'amore di Dio, per i figli, crescere credendo di essere cattivi, convinti che non potranno mai meritare l'amore di Dio dalla nascita alla morte! Che grave errore aver instillato assurdi  sensi di colpa nella coscienza di un bimbo innocente, dandogli un'immagine distorta della vita, di Dio e soprattutto di se stesso, lasciandogli poco o nessun sentimento del suo valore personale.

Se avessi guardato la vita di mio figlio con cuore puro, avrei riconosciuto in lui uno spirito tenero agli occhi di Dio; avrei visto una vita che, per la maggior parte è identica a quella eterosessuale: esistere, studiare, lavorare, amare e voler bene a un altro essere umano, avere qualcuno assieme a cui diventare vecchio, qualcuno con cui condividere le gioie e i dolori della vita, qualcuno con cui condividere il meraviglioso mondo di Dio.

Non abbiamo mai pensato ad una persona omosessuale come a una parte uguale, da amare e stimare, della creazione di Dio. Che parodia dell'amore incondizionato di Dio!

C'è poi da meravigliarsi se i giovani rinunciano ad amare, come ha fatto il nostro Bob, e rinunciano alla speranza di ricevere il riconoscimento che meritano come bellissimi esseri umani? C'è da meravigliarsi se le statistiche sui suicidi fra i giovani mostrano una crescita, soprattutto fra gay e lesbiche?

Bob ha interrotto gli studi alla scuola superiore due mesi prima di diplomarsi. Io credo che se avesse avuto a disposizione un servizio di aiuto, oggi potrebbe essere ancora vivo.

Con il giusto appoggio nel combattere l'omofobia che lo circondava, avrebbe potuto trovare la speranza e l'incoraggiamento di cui aveva bisogno.

Voi però promettetemi che continuerete a provare. Tina Turner canta in una sua canzone: "Il giorno dell'amore e della compassione stanno arrivando; tutto il resto sono castelli in aria".

Bob ha rinunciato all'amore. Io spero che voi non lo farete. Siete sempre nei miei pensieri. Con amore M. G."

Ogni volta che leggo questa lettera mi commuovo e mi chiedo quanto ancora i nostri ragazzi dovranno soffrire e quanto attendere  per avere quell'aiuto e quella comprensione che Mary tanto avrebbe desiderato per suo figlio!

 

Lancio qui il mio appello a tutti i genitori, non necessariamente di persone omosessuali, a tutti gli  educatori e a tutti coloro che sono vicini ai giovani: non condanniamo a priori, ma accogliamo fra le  braccia questi ragazzi perché abbiano la calda sensazione di essere capiti e soprattutto amati...per quello che sono!

Ora i nostri figli sono ancora costretti all'isolamento e alla solitudine anche se, come ripeto, in una realtà marginale e  provinciale.

Esistono, attualmente, alcuni gruppi di solidarietà, che, purtroppo, da chi non li conosce  vengono definiti ghetti. Aiutano queste persone ad essere se stesse, a non sentirsi sole  e le proteggono da possibili   reazioni autodistruttive.

E' oggi auspicabile ed assolutamente indispensabile una totale revisione degli atteggiamenti che tutta la società e le varie confessioni agiscono nei confronti delle persone omosessuali: è solo così che i nostri ragazzi non dovranno più mascherarsi attraverso matrimoni  di copertura o falsi atteggiamenti o vere e proprie menzogne e non saranno più costretti a rifugiarsi nei gruppi di solidarietà  per essere difesi o protetti ,oppure, se lo faranno, sarà solo per libera scelta.

Solo così potranno essere se stessi,  amare,  sentire, avere gli stessi diritti  delle altre persone, senza dover più soffrire inutilmente.

 

*PRESIDENTE NAZIONALE A.GE.D.O.


 

 

 

Maria Giuseppina Di Rienzo*

 

L'ASSENZA DELLA VOCE LESBICA

 

 

 

Questo mio scritto evoca nel titolo l'assenza della parola lesbica, argomento che attiene alla sessualità femminile: ma se non esiste sessualità oltre a quella maschile, intesa come perfetto prototipo e misura a cui rapportarsi, di che si potrebbe parlare, parlando di donne? Di nulla. E questo è il primo motivo, il più importante, per il quale la voce lesbica è muta e, spesso, azzittita a forza. Le lesbiche sono prima di tutto donne: e sono state allevate e cresciute come "donne sociali" nello stesso contesto culturale delle donne eterosessuali; contesto in cui ci si attende e si desidera che le donne tacciano ed infatti esse occupano a tutt'oggi, e in tutto il mondo, spazi politici decisionali irrisori e dimensione pubblica decisamente esigua. Secondo l'abusata contrapposizione fra spazio pubblico e spazio privato (che in realtà entrano in contatto e commistione più spesso di quanto non si voglia credere, giacché la significazione simbolica dell'uno dipende esclusivament