Spazio Agedo su Pride - febbraio 2001
A cura di Marialuisa Bellavia

Febbraio 1999 - Febbraio 2001

Vorrei ritrovare una persona che ho... perduto: la cosa mi fa ancora male, dopo due anni. L'ho perduta perché, dopo la mia prima risposta, temendo forse di poter essere identificata o di avere un incontro ravvicinato, ha cambiato il suo indirizzo di email. Aveva scritto all'Agedo una brave lettera accorata, alla quale ho dato una breve prima risposta. Ne è seguita una corrispondenza che, per motivi di spazio, abbrevio.
Ecco il testo di Grazia: chissà se suo figlio riuscirà a riconoscere le sue parole e a farle così avere la mia terza risposta?

19 febbraio 1999
Carissima,
ho ricevuto il tuo messaggio e ti sono grata per esserti accorta di me. Le tue parole d'incoraggiamento mi sono molto utili, dato che mi trovo nella fase in cui ci si sveglia di notte con una grande angoscia che ti prende l'anima.
Io vivo in Sicilia, quindi molto lantana da Milano, ho già letto il libro che mi hai consigliato è l'ho trovato ricco di una grande carica di umanità e tanto utile. Certo tu capisci che non può bastare a spiegare tutti quei dilemmi e quegli interrogativi che si affacciano nella mente. Le mie paure sono così grandi che mi pare di dover crollare da un momento all'altro. Eppure pensavo di essere una donna forte: da oltre 13 anni sono volontaria presso un'associazione che si occupa di devianze giovanili e tossicodipendenza, gli altri credono in me, ma io non so se ha senso tutto quello che ho fatto finora.
Mi chiedo quanta colpa ho in questa situazione e quanta mio marito, forse se mi fossi accorta prima avrei potuto fare qualcosa per mio figlio. Certo è molto difficile affrontare questa novità, ma io voglio fare l'impossibile per dare a mio foglio uno spazio di affetto e di serenità... Così mi chiedo, sarà sempre tanto pesante la vita di questi figli, scansati da tutti, come comportarsi con loro per farli star bene?
Ho tanta paura, ma proprio tanta.
Scusa la sfogo, ma non so con chi parlare. Ti abbraccio. Grazia

27 febbraio 1999
Cara Grazia,
ho molto pensato a te in questi giorni, mentre attendevo una tua risposta.
Noi volentieri desideriamo, così come fai tu, aiutare chi sta male e soffre (senza colpa), e spesso viene emarginato da tutti. Cerchiamo perciò di lavorare su questa nostra società povera, meschina e intollerante.
Innanzitutto penso che anche tu sia convinta che tuo figlio non è "deviante" nel suo comportamento, ma che è stato concepito così da madre natura: perché farsi tanti problemi e cercare le colpe? Non colpevolizzarti! E' questa la prima cosa in assoluto. Come potrai aiutare tuo figlio se non hai fiducia in te stessa?
Vorrei farti tante domande sul tuo ragazzo: come è venuto a conoscenza della propria sessualità, è stato in grado di accettarla e come ne siete venuti a conoscenza voi genitori.
Ti farebbe bene parlarne con chi ha vissuto e vive la stessa esperienza: purtroppo, in ogni caso, può essere necessario molto tempo per superare il trauma iniziale, quando non si sia in certo qual modo preparati.
Come seconda cosa, direi che non puoi permetterti di crollare. Prenditi cura di te stessa e fai il possibile per non fare capire la tua sofferenza a tuo figlio che da te, da suo padre e, infine, da tutta la famiglia, deve trarre la forza per ritrovare la sua identità e la sua sicurezza.
Convinciti che se, per un verso, è la coscienza di ciascuno di noi a guidare le nostre azioni (e questo vale anche per tuo figlio), per un altro i nostri giovani debbono conquistarsi lo spazio che spetta a tutte le cosiddette "minoranze". Prirenditi con forza la tua sicurezza e va' avanti senza stare a pensare come giudicheranno gli altri, quelli che non possono capire, magari non per colpa loro.
Tu sarai provata, ma certamente tuo figlio sarà più tranquillo, perché si sentirà compreso e appoggiato. Non avere paura, cerchiamo di essere unite in questo momento difficile, di confrontarci, di lavorare insieme...
Ti abbraccio, Luisa

7 giugno 1999
Cara Grazia,
con la mia ultima lettera ti ho fatto... scomparire; ne sono profondamente rattristata.
Ho riletto la tua lettera così autentica nel dolore che esprime, chiedendomi se sono riuscita a fare qualche cosa per te, ma nutro molti dubbi in proposito.
Purtroppo per noi genitori la situazione è molto complessa: mio figlio mi dice che, se al tempo del suo coming-out non fosse stato accettato, sarebbe stato così disperato da tentare il suicidio e io, conoscendolo bene, temo che avrebbe avuto una simile reazione.
A volte si confida con me e mi parla della situazione in cui vive, un po' solitaria, e del fatto che, almeno fino a un certo punto, deve ancora nascondere il suo vero orientamento sessuale.
Per consolarlo gli ricordo che già il fatto che la sua famiglia lo abbia accettato, lo abbia sostenuto e continui ad aiutarlo psicologicamente è un privilegio.
Il mio dolore di mamma è stato ben poca cosa rispetto al suo, dopotutto io l'ho vissuto solo di riflesso, anche se molto intesamente perché, appunto, sono sua madre. Mai avrei pensato, quando attendevo con gioia la sua nascita, di metterlo al mondo per farlo soffrire.
Non possiamo abbandonare questi nostri ragazzi, dobbiamo reagire con l'azione all'idea di una vita che può essere di emarginazione, cercare di conquistare insieme a loro i più elementari diritti, compreso quello della visibilità sociale. Ma non necessariamente l'azione deve essere esterna alla famiglia: possono bastare la riflessione, il ragionamento: parlarne, insomma, cercando di capirsi a fondo.
Abbiamo donato la vita ai nostri figli e li abbiamo educati con l'intento di farne persone buone, rispettose, laboriose, felici; forse desideravamo avere da loro la gioia di un nipotino. Invece questo nostro desiderio è saltato, le nostre aspettative si sono rivelate assurde (ma perché avere aspettative?), spesso i nostri figli sembrano, agli altri, esseri venuti da un altro pianeta, anche se noi che li conosciamo bene sappiamo di quante e quali doti siano portatori.
Spesso vengono condannati senza appello e allontanati, disprezzati e derisi da tante persone che sono convinte di essere nel vero e nel giusto e non riescono a mettersi in discussione per una cosa che non riguarda loro direttamente: non per cattiveria, ma perché è proprio impossibile, secondo me, in buona fede, farlo.
Non mi riesce neppure di prendermela con la società, penso che solo attraverso il dolore si possa maturare tanto da poter capire veramente questi nostri "altri da noi".
Se puoi farlo, mandami un cenno di risposta. Mi sarebbe di grande conforto.
Ti abbraccio, Luisa.